La guerra in Iran e il balzo del petrolio riaccendono i timori inflazionistici e spingono i mercati a rivedere le aspettative sulle banche centrali, con nuove scommesse su possibili rialzi dei tassi in Europa entro la fine dell’anno. Uno scenario che “sarebbe grave” secondo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il greggio ha superato i 100 dollari al barile e ha toccato livelli oltre i 119 dollari, massimi dal 2022, alimentando le preoccupazioni per possibili interruzioni dell’offerta globale legate alla situazione nel Golfo. Il movimento dei prezzi è legato anche ai timori di interruzioni delle rotte energetiche nel Golfo e nello Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale.
Il mercato resta molto sensibile a qualsiasi notizia sui flussi dal Golfo e sulle infrastrutture energetiche della regione. Nelle ultime 24 ore i benchmark internazionali hanno toccato i livelli più alti degli ultimi due anni, con movimenti ampi legati ai timori di possibili interruzioni dell’offerta di greggio. Secondo i dati dei money market, gli operatori vedono ora la Banca centrale europea orientata verso uno o due rialzi entro fine anno. Attese simili riguardano anche la Riksbank svedese, che potrebbe intervenire in autunno, e la Banca nazionale svizzera, mentre la Bank of England è vista unirsi al ciclo restrittivo più avanti, nel 2027. Il movimento riflette il timore che l’impennata dei prezzi dell’energia possa riaccendere le pressioni inflazionistiche, spingendo al rialzo i rendimenti obbligazionari e inducendo gli investitori a riconsiderare le precedenti scommesse su tagli dei tassi.
“Non dimentichiamo la lezione della guerra contro l’Ucraina”, si legge in un post sui social del ministero dell’Economia. “Il rischio economico è di nuovo la fiammata provocata dall’aumento dei prezzi dell’energia e sarebbe grave pensare che la soluzione possa passare per una stretta monetaria”. Il riferimento è all’inflazione, balzata in Italia fino a un passo dal 12% nel 2022, con la Bce costretta a una rapida stretta monetaria. Le ‘analisi di sensitività’, stime fatte necessariamente a spanne in una situazione di estrema volatilità, dicono però che il rischio per l’Italia arriva prima che dalla Bce, dal prezzo del gas e dal greggio raddoppiato nel giro di una decina di giorni fino a 120 dollari, prima di frenare oggi dopo gli impegni del G7. La crescita, stimata dal governo a uno 0,7% nel 2026 prima che Trump tornasse a minacciare nuovi dazi, rischierebbe di evaporare se il petrolio dovesse permanere agli attuali livelli e in assenza di un intervento del governo.
Il ricordo dello shock energetico del 2022 pesa sulle valutazioni dei mercati e sulle analisi degli economisti. Allora molte banche centrali europee furono accusate di avere reagito troppo lentamente all’impennata dei prezzi dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Le stesse banche centrali, tuttavia, mantengono per ora un atteggiamento prudente. Diversi esponenti della Bce hanno indicato che un aumento temporaneo del petrolio legato al conflitto con l’Iran non dovrebbe modificare automaticamente la strategia di politica monetaria, anche se un rialzo duraturo dei prezzi energetici potrebbe avere effetti sulle prospettive di inflazione.
Secondo alcune analisi, se petrolio e gas dovessero restare sui livelli attuali l’inflazione nell’area euro potrebbe aumentare di circa un punto percentuale, con effetti simili anche nel Regno Unito. L’aumento dei prezzi dell’energia rischierebbe infatti di propagarsi all’economia attraverso i costi di trasporto e produzione, come avvenuto nel 2022. Intanto le borse europee hanno chiuso la seduta in territorio negativo, risentendo dell’impennata del greggio e delle preoccupazioni per l’inflazione e per le prospettive della politica monetaria, mentre gli investitori continuano a monitorare l’evoluzione della crisi nel Golfo e il rischio di nuove tensioni sui mercati energetici.











