
Tempi scomodi e confusi richiedono chiarezza e sicurezza: è questo il vero tema della brevissima settimana milanese della moda. La risposta a questa ricerca è naturale; ovvia verrebbe da dire, ma anche efficace: guardare il noto, il già fatto, insomma i classici – condivisi o propri, e quindi archetipi o archivi – e rifarli, creando continuità dove ovunque sono solo rotture.
Da Prada, la chiarezza è innanzitutto uno statement abrasivo sulla silhouette: irrimediabilmente asciutta, verticale, accostata al corpo se non schiacciata di esso. «Come un abbraccio, o qualcosa che conforta – dice il co-direttore creativo Raf Simons, aggiungendo con la consapevolezza di chi, pur lavorando di concetto, fa moda -. Dopo anni di oversize, per noi era il momento di cambiare». La sfilata si svolge come sempre nello stanzone Magazzino di Fondazione Prada, che questa volta è trasformato in una demolizione: tutto intorno è la sezione di un palazzo patrizio di tre piani, caminetti, stucchi e boiserie strippati a nudo. No, non è un bombardamento, ma l’ambiguità si direbbe intenzionale. Dichiara Miuccia Prada: «C’è pensiero in questa collezione. Ci sono attenzione, lavoro, serietà, cultura del vestire. Il punto di vista è molto specifico e preciso. Vogliamo valorizzare il lavoro, il capo, l’oggetto; cose che lasciano il segno».
I segni sono molti, e provengono dal linguaggio dell’abbigliamento classico, ma sono come passati attraverso un rullo compressore, o le forche caudine – meccanizzate – del tempo che passa, stravolgendo e soprattutto alleggerisce, togliendo peso e classicismo patriarcale: i cappelli sono ridotti ad acciacchi circolari poggiati sulle spalle; i polsini doppi non sono meno acciaccati, e penzolano a contrasto; le borse sono schiacciate.
Scompaiono gli spacchi, e gli orli sono lunghi e sfatti, rendendo la verticalità ancor più irremissibile, alcuni esterni ricordano fodere consunte; le stampe sono collage di varia archeologia. Ma è la camminata a spalle strette con le mani nelle tasche della giacca o del cappotto a dire tutto.
Farsi piccoli come resistenza alla demolizione che dilaga? Di certo. La chiarezza, tradotta in concentrazione su una linea, rischia la monotonia – sul tema della secchezza allampanata, Simons si è espresso varie volte con la sua linea, in anni passati – ma la ricchezza dei dettagli avvicina ed empatizza, perché la cura richiede sguardi prossimi.












