Alla fine, visto il contesto internazionale, le premesse e le conseguenze, erano davvero in pochi a credere che sarebbe andato tutto liscio. La Cina ha fermato l’operazione Meta-Manus. L’acquisizione da 2 miliardi di dollari con cui Zuckerberg puntava a inglobare la startup di intelligenza artificiale è stata bloccata dalla Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma. «Vietato l’investimento straniero». Una riga di comunicato, ma dietro c’è un intero manuale di geopolitica industriale. Per capire perché fosse un finale scritto, bisogna guardare al precedente più ingombrante, TikTok, che è diventata oggetto di scambio tra Usa e Cina.
La decisione di Pechino giunge in vista del vertice previsto per il mese prossimo tra il presidente statunitense Donald Trump e Xi Jinping, durante il quale l’obiettivo sembra essere appunto la ricerca di un accordo per allentare le tensioni di lunga data in materia commerciale.
Insieme al contesto internazionale c’è anche la natura della startup. Manus è stata fondata in Cina, ma lo scorso anno ha trasferito la sua sede centrale e il team principale a Singapore in seguito a un round di finanziamento guidato da una società di venture capital statunitense. Successivamente è stata acquisita da Meta. Questa «tendenza» delle start-up cinesi a internazionalizzarsi, trasferendo la sede legale fuori dal continente rosso, non sembra piacere al Partito Comunista cinese. Tanto che, da quando si è manifestato l’interessamento di Meta, diverse autorità di regolamentazione cinesi hanno esaminato la transazione, tra cui la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, il Ministero del Commercio e l’autorità antitrust cinese.
E infine, a monte, c’è il ruolo dell’intelligenza artificiale nella strategia della Cina. Il punto è che l’AI, per Pechino, non è una startup da valutare con un multiplo di fatturato. È infrastruttura strategica. È energia, difesa, controllo. Il governo di Xi Jinping l’ha inserita tra le priorità nazionali, con l’obiettivo dichiarato di dominare il settore entro il prossimo decennio. In questo contesto, lasciare che un asset nato in Cina finisca dentro una big tech americana equivale a cedere un pezzo di sovranità. Non a caso l’operazione era stata già etichettata come «cospiratoria». Un termine che, nel linguaggio politico cinese, segnala una linea rossa.
Il passaggio a Singapore di Manus, con il trasferimento della sede e del team, è stato un tentativo classico di rendere l’operazione più digeribile: una sorta di maquillage societario. Ma per le autorità cinesi la nazionalità di un’azienda non si misura dall’indirizzo legale. Conta dove nasce la tecnologia, chi l’ha sviluppata, quale ecosistema l’ha nutrita. E, in questo caso, le radici restano chiaramente cinesi.
