Poi, a giugno, Trump ha minacciato di colpire l’Iran «molto duramente» e di impadronirsi della base energetica iraniana sull’isola di Kharg per «assumere il controllo totale dei loro mercati del petrolio e del gas», come ha scritto sui social media, salvo poi annullare gli attacchi in un post successivo dopo aver affermato che i negoziati di pace avevano registrato progressi con i leader iraniani di alto livello.
Ciò che il presidente ha tralasciato di dire è che un’impresa del genere avrebbe richiesto l’invio di truppe statunitensi sul terreno in Iran. Una proposta politicamente rischiosa per un presidente che ha basato la propria campagna elettorale sull’evitare coinvolgimenti all’estero e ha criticato le amministrazioni precedenti per essersi impantanate in guerre senza fine.
Con questo ultimo episodio, il quarto dall’inizio della guerra, Trump ha fatto capire che il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman abbia svolto un ruolo particolarmente importante nel convincerlo a non intensificare il conflitto. Lo sceicco ha fatto presente che un’escalation dei combattimenti potrebbe avere gravi ripercussioni sull’economia globale se Teheran rispondesse a un nuovo bombardamento statunitense prendendo di mira alcuni degli alleati degli Stati Uniti nel Golfo.
Mettici dentro che a novembre ci saranno le elezioni Midterm e che, secondo un sondaggio Ap, circa due terzi degli adulti statunitensi ritengono che nella guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio, il gioco non sia valso la proverbiale «candela». Sui sondaggi attenzione a fare domande troppo esplicite al presidente: vi risponderà che sono tutte «fake news. I veri dati dei sondaggi mi danno ai massimi storici e come potrebbe essere altrimenti, visti i più ingenti tagli alle tasse e i migliori numeri sull’occupazione di sempre, i maggiori investimenti esteri nella storia degli Stati Uniti, un confine totalmente sicuro, una vittoria schiacciante in Venezuela, la denuclearizzazione dell’Iran, un rispetto e un successo senza pari in tutto il mondo e molto altro ancora?», posta su Truth. Perché «The Donald» sa cosa fare: avanti col bluff, finché regge. O almeno sembra reggere.
