La fine del software in abbonamento o, più semplicemente, la fine della sua rendita di posizione? Il dibattito intorno alla cosiddetta “SaaSpocalypse” nasce anche da qui, dalla convinzione che l’intelligenza artificiale generativa e il cosiddetto vibe coding (il poter creare applicazioni attraverso prompt in linguaggio naturale) possano svuotare di valore le piattaforme SaaS tradizionali, omologando la generazione di codice per ridurne la rilevanza. Se il software erogato in modalità servizio, in altre parole, può essere generato quasi in tempo reale dagli agenti AI, perché continuare a pagare licenze e abbonamenti sempre più onerosi?
I protagonisti storici del software enterprise sono i primi soggetti interessati da questa riflessione, anche se lo scenario reale è probabilmente meno radicale di quanto la narrativa apocalittica possa far immaginare e riflette una trasformazione profonda e complessa, che investe il rapporto fra intelligenza artificiale e modelli di business digitali.
Come si evolverà il software?
«Non stiamo assistendo alla fine del software, ma alla sua evoluzione», osserva in proposito Maximilien Abadie, deputy ceo di Lectra, gruppo tecnologico francese presente in oltre cento Paesi e attivo in modo particolare nei settori della moda, dell’arredamento e dell’automotive con una piattaforma che combina SaaS, IoT, analytics e tecnologie AI e a supporto dei processi produttivi.
«Quindici o vent’anni fa – ha spiegato il manager al Sole 24 Ore – il cloud ha permesso alle software company di reinventare il proprio modello di business. Oggi l’intelligenza artificiale consente di alzare ulteriormente l’asticella, perché rende una commodity la capacità generica di scrivere codice, ma non può rendere commodity i dati industriali proprietari o i workflow costruiti su misura per un settore».
«Il valore sta nei processi accumulati»
Nella visione di Lectra, insomma, agenti e strumenti generativi non elimineranno il software enterprise perché non potranno sostituire ciò che realmente crea valore nelle organizzazioni, e in modo particolare di quelle attive in comparti industriali complessi, dove i dati non sono pubblici e non alimentano i grandi modelli linguistici. «Nella moda o nell’automotive – sottolinea in proposito Abadie – il valore sta nei processi accumulati negli anni e nella qualità delle informazioni industriali, nella sicurezza e nella continuità operativa. Le aziende hanno bisogno di sistemi affidabili, scalabili e capaci di funzionare 24 ore su 24 senza interruzioni e su temi come la tracciabilità dei prodotti non possono esserci compromessi sulla qualità e sull’accuratezza dei dati».












