I Tribunali fallimentari le hanno viste aumentare nel tempo. In sempre più settori. Le proiezioni di Allianz Trade confermano che anche nel futuro prossimo il numero delle insolvenze è destinato a crescere ancora. In Italia (+5%) e non solo (+6% a livello globale). Con nuovi picchi dovuti soprattutto agli effetti del conflitto in Medio Oriente. E con ricadute in particolare sui settori delle costruzioni, del retail non alimentare, dei servizi, dei trasporti e del real estate. Crescenti però sono le tensioni anche per la manifattura, cuore del made in Italy.
Le filiere più esposte
Sono le filiere più esposte ai costi energetici quelle risultate più fragili in questo momento storico di crisi internazionali diffuse e acute. Dove le sofferenze anche maggiori, in termini di default, dei principali partner commerciali italiani (+25–30% in Francia, +20–25% in Germania, +30% nel Regno Unito e +10% negli Stati Uniti rispetto al periodo pre pandemia) – diventano ulteriore motivo di instabilità per la nostra economia, in particolare per quei segmenti più proiettati all’export.
I numeri globali
Parla di «livello di rischio strutturalmente elevato» il focus di Allianz Trade dedicato al confronto tra l’Italia e i più importanti mercati di sbocco all’interno del report complessivo sulle insolvency mondiali. Per il quinto anno consecutivo a livello globale i numeri dei fallimenti dovrebbero aumentare ancora del 6% nel 2026, con altri 7mila casi stimati per l’anno in corso e 7.900 per il 2027. A spingere è soprattutto l’Asia, con la metà delle insolvenze mondiali, spiegate in larga parte col peso economico della Cina, che affronta problemi legati alla debolezza della domanda interna e alla crisi del settore immobiliare. I posti di lavoro a rischio nel mondo sarebbero 2,2 milioni(+94mila nel 2026). Con un record, in Europa, di 283 mila possibili licenziamenti in Francia e oltre 200mila in Germania, dove si prevede che i fallimenti tocchino il livello più alto degli ultimi quattordici anni. Non va meglio negli Stati Uniti, dove sono 428mila le persone che si potrebbero trovare all’improvviso senza occupazione.
Hormuz e i diversi scenari
Queste, per di più, sono proiezioni elaborate non peggiori prospettive. Tengono conto infatti delle «ripercussioni della crisi in Medio Oriente e le implicazioni immediate per i mercati energetici», ma confidano su una «progressiva normalizzazione del traffico attraverso lo stretto di Hormuz – si legge nel rapporto – entro giugno». Al contrario, se quello strategico snodo di transito per le merci, divenuto il fulcro della guerra in Iran, «dovesse rimanere bloccato più a lungo, causando continue interruzioni nell’approvvigionamento globale di petrolio e gas, nonché carenze di altre materie prime (metano, fertilizzanti, alluminio, elio e zolfo) l’inflazione aumenterebbe notevolmente – è lo scenario tracciato – frenando la fiducia e la crescita». Tradotto in numeri, un conflitto più prolungato porterebbe le stime mondiali di insolvenza a schizzare fino al 10% nel 2026, con un incremento di un ulteriore +3% nel 2027: 4.100 casi aggiuntivi negli Stati Uniti e 10.500 in Europa tra quest’anno e l’anno prossimo. Altre incognite vengono individuate nell’eventuale scoppio di una bolla legata all’intelligenza artificiale e in tensioni sui debiti sovrani, soprattutto nell’area euro, con ulteriori revisioni al rialzo delle insolvenze.
Il caso Italia
Guardando più in profondità all’Italia, dopo tre anni consecutivi di accelerazione dei fallimenti (che hanno registrato +9% nel 2023, +17% nel 2024 e con un balzo del +26% nel 2025), si attende un ulteriore incremento del 5%, con circa 12.750 casi nel 2026. E questo alla luce del fatto che «la crescita economica resterà modesta, in parte a causa della strutturale ed elevata dipendenza dell’Italia dall’energia importata e del suo impatto sulle famiglie e sulle industrie ad alta intensità energetica», spiegano gli economisti di Allianz Trade, costola del colosso delle assicurazioni. Un quadro che si traduce in circa 50 mila posti di lavoro potenzialmente in bilico in tutto lo Stivale. Alla luce del contesto tratteggiato, gli analisti parlano di «livelli di rischio storicamente elevati» per il mercato domestico, con possibili ripercussioni sulla «solidità finanziaria delle filiere più orientate all’export».









