Restaurare la terra significa restaurare la speranza. È il messaggio centrale del vertice Cop17, la conferenza dell’Onu dedicata alla lotta contro la desertificazione e la crisi climatica, attualmente in corso, non a caso, a Ulaanbaatar, in Mongolia.
Nel paese, infatti, il 77 per cento del territorio soffre per l’inaridimento e la popolazione vive sulla propria pelle le devastazioni dello dzud, la micidiale combinazione di siccità ed estati aride seguite da geli estremi.
Questa calamità distrugge i pascoli, uccide il bestiame e cancella il sostentamento di intere comunità, costringendo i pastori nomadi ad abbandonare il proprio stile di vita ancestrale per stiparsi nelle periferie inquinate della capitale.
Ma non si tratta di un problema solo locale. I pascoli coprono, infatti, oltre la metà delle terre emerse del pianeta, danno da vivere a mezzo miliardo di persone e sono fondamentali per la sicurezza alimentare globale. Eppure, il degrado del suolo continua ad avanzare, colpendo oltre il 40% delle terre e mettendo a rischio la vita di miliardi di persone, soprattutto nei paesi più vulnerabili.
Al centro dei negoziati tra i 197 paesi presenti ci sono impegni concreti: dai dodici miliardi di dollari del fondo per la resilienza alla siccità fino ai progetti per bloccare l’avanzata del deserto, come la massiccia piantumazione di alberi voluta dalla Mongolia.
Invertire la rotta, dunque, significa favorire il recupero della terra, proteggerla e, allo stesso tempo, riattivare l’economia creando centinaia di migliaia di posti di lavoro verdi, che restituiscono identità, dignità e continuità non solo alle culture indigene e rurali, ma anche al resto del mondo.












