Quattro anni in più per il break-even. «Un coltivatore qui vicino mi ha appena raccontato di aver spostato il punto di pareggio da 7 a 11 anni» racconta Danielle Veenstra, piccola produttrice di mandorle. Un mandorleto ha già tempi lunghi per dare utili ma la fiammata inflattiva rischia di mettere a dura prova persino l’incrollabile perseveranza degli agricoltori. Sotto al portico di fronte ai filari di mandorli, località Escalon, nella immensa e piatta valle centrale della California, Veenstra mostra con orgoglio la mini impresa messa su accanto alla fattoria di famiglia dove è cresciuta: sei ettari nella regione che produce l’80% delle mandorle del mondo. La giovane discendente di immigrati olandesi raccoglie le preoccupazioni dei colleghi in quanto componente dell’Almond Board of California. «Il carburante ha raggiunto livelli mai visti» ma gli agricoltori, sospira, «hanno sempre trovato il modo di adattarsi».
I family farmer della USSA
La sua priorità del resto è la sostenibilità, come per moltissimi family farmer aderenti alla USSA, US Sustainability Alliance, che riunisce 28 organizzazioni dell’agroalimentare guardando all’Europa e ai suoi modelli di sostenibilità. I due terzi dell’export agricolo statunitense verso Ue e Uk – 13,6 miliardi di dollari – viene realizzato proprio dai coltivatori della USSA e la California è l’epicentro. Karen Ross, segretaria all’Agricoltura dello Stato, sottolinea il primato nella produzione agricola americana per valore: «64 miliardi di dollari nel 2025, con il 95% delle fattorie californiane a conduzione familiare. Il 60% ha una dimensione sotto i 40 ettari». Nei vasti spazi degli Usa l’estensione media di una farm è 187 ettari. L’economia californiana, quarta al mondo, è anche un colosso agricolo con al cuore l’immensa Central Valley, 700 chilometri di campagne a perdita d’occhio, scanditi da radi insediamenti agricoli.
Carburante raddoppiato
Più a Nord dei mandorleti di Escalon, nella contea di Yuba, Michael Rue ha iniziato cinquant’anni fa con pascoli e bestiame. Nel tempo ha convertito i terreni a risaie. Oggi il riso rappresenta l’85% della sua attività in uno Stato che ne coltiva 200mila ettari l’anno, quasi tutti qui, nella Valle del Sacramento, la sezione settentrionale della Central Valley. La California detiene il secondo posto tra gli Stati Usa produttori e ha il monopolio dello Japonica, il riso a chicco medio e corto perfetto per il sushi, destinato all’export. Nel ranch affacciato su un lago blu artificiale, Rue dà voce alla preoccupazione per i costi operativi lievitati a causa della guerra in Iran. «Un carico di diesel costava 24mila dollari, ad agosto era arrivato a 40mila e di recente l’ho pagato 52mila». Esporta circa il 50% della produzione, il Medio Oriente è un mercato importante, la Giordania la sua porta d’ingresso. Il conflitto ha portato le tariffe dei noli da 800 a 4mila dollari, a causa delle assicurazioni. «L’impatto di questi eventi – dice – sta diventando rilevante. Le turbolenze geopolitiche mettono sotto pressione tutti i produttori. Le merci rischiano di non arrivare sugli scaffali». E quando si perdono quote di mercato in seguito a tempeste passeggere, la china non si risale facilmente.







