Storie Web domenica, Marzo 15

Un tempo il posto in banca rappresentava l’apice delle aspirazioni per generazioni di giovani: stabilità, prestigio sociale, un vitalizio garantito fino alla pensione. Oggi, per i millennial e la Gen Z, quel contratto a tempo indeterminato non è più un punto di arrivo, ma semmai un biglietto d’ingresso nell’arena competitiva del mercato del lavoro. Una sorta di trampolino di lancio da cui spiccare il volo verso carriere più dinamiche, innovative e remunerative da sviluppare altrove.

I neolaureati entrano in banca per acquisire competenze specialistiche e trasversali che contribuiscono a garantire sicurezza, conformità normativa, innovazione e sostenibilità dell’attività bancaria. Ma poi non si fermano, attratti da nuove sfide in ambiti più precari come fintech, private equity e advisor di finanza straordinaria.

Un ribaltamento culturale e professionale che non riguarda solo il settore finanziario. Non solo le banche, ma tutte le aziende rischiano di diventare semplici palestre per talenti in transito. Per le nuove generazioni il contratto a tempo indeterminato non è più il Sacro Graal. Anche nell’industria manifatturiera, giganti dell’industria automobilistica o energetica vedono i giovani ingegneri usare il posto fisso come rampa per automotive tech e startup green, dove l’innovazione e il potenziale balzo delle retribuzioni prevalgono sulla stabilità economica e lavorativa. Stesso copione nei colossi della consulenza strategica, dove i junior entrano per poi ricollocarsi velocemente. Un turnover che ormai non risparmia neanche gli impiegati della Pubblica Amministrazione.

Risultato? Un’economia della cosiddetta “gig economy permanente” anche per le professionalità più qualificate, dove il valore sta nell’esperienza, non nel vincolo contrattuale; dove il modello basato su lavori temporanei cessa di essere marginale o occasionale e diventa una condizione lavorativa stabile, continuativa e strutturale per una vasta parte della forza lavoro. Diversamente dai loro genitori, i giovani non temono la precarietà e sono attratti da crescita personale e flessibilità. C’è un cambio di paradigma.

Le banche come tutte le aziende devono quindi trovare la chiave per trattenere i giovani talenti. Quando cercano e formano figure come Data scientist (sviluppano modelli predittivi e soluzioni di intelligenza artificiale), Payments expert (sovrintendono la conformità dei servizi di pagamento alle norme), Security expert (gestiscono la sicurezza tecnologica e la resilienza informatica), esperti Esg e della Privacy (tutelano la protezione dei dati personali), devono mettere in conto che stanno trasferendo al lavoratore competenze spendibili altrove.

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