Solo una ricetta medica su due diventa una visita o un esame. In pratica solo metà delle prescrizioni dei camici bianchi agli italiani si concretizza in una prestazione del Servizio sanitari. E il resto delle ricette? Difficile fare stime esatte, ma è sicuro che una parte di queste restano nei cassetti perché i pazienti hanno rinunciato a causa delle liste d’attesa troppo lunghe, mentre un’altra fetta di ricette è stata impiegata per andare dal privato pagando di tasca propria la prestazione oppure facendosela rimborsare dalle casse sanitarie. Vanno poi contate quelle ricette non proprio necessarie (“non appropriate”) tanto da spingere gli italiani a non fare nulla. Resta il fatto che milioni di prescrizioni restano inutilizzate: si tratta di un dato significativo che racconta un problema che cova sotto la cenere.
Per Agenas, l’Agenzia dei servizi sanitari regionali che ha pubblicato i dati al 2025 che arrivano dal la tessera sanitaria «una quota di mancata presa in carico tra il 25% e il 30% può essere considerata fisiologica» per il resto però è «opportuno effettuare ulteriori approfondimenti». Tra l’altro come sempre ci sono divari molto grandi tra le Regioni: il dato nazionale sulle primi visite tra “presa in carico” e “prescritto” è del 50,3% mentre per gli esami diagnostici la percentuale cresce di poco a 54,4%, ma sulle prime visite si va dal 67,7% o al 59-58% di Emilia, Friuli e Veneto al 33,7% dell’Abruzzo e al 36,2% del Lazio mentre sugli esami si passa dal 73,4% di Bolzano e il 66,6% del Friuli al 37,3% del Lazio e del 39,3% dell’Abruzzo. Numeri questi che vanno presi in considerazione quando si leggono anche i recentissimi dati sulle liste d’attesa della Piattaforma nazionale che hanno mostrato come nei primi sei mesi del 2026 le strutture sanitarie hanno erogato nei tempi 1,6 milioni di visite mediche ed esami in più rispetto allo stesso periodo del 2025, ma con ancora 2,8 milioni di prestazioni fuori i tempo. «Se vengono misurate solo le prestazioni effettivamente erogate, mentre una quota rilevante delle prescrizioni si perde perché i cittadini rinunciano o ricorrono al privato, gli indicatori sul rispetto dei tempi rischiano di descrivere solo una parte della realtà», avverte Marcello Crivellini, docente al Politecnico di Milano e Consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni. Insomma i dati sulle liste d’attesa «non descrivono ancora tutta la realtà che invece i cittadini si trovano costretti a vivere per accedere al Ssn nei tempi giusti», sottolinea Tonino Aceti presidente di Salutequità. Che chiede «una profonda riflessione sulle cause e sul come invertire la tendenza. Molti cittadini si trovano di fronte a proposte di appuntamenti a centinaia di km di distanza dal proprio domicilio e sono costretti a rinunciare andando in privato con costi inferiori. Anche i cosiddetti percorsi di garanzia funzionano poco perché su ambiti di territoriali troppi ampi. È necessario che Stato e regioni fissino il rapporto ottimale tra prescritto ed erogato, che tutte le regioni devono raggiungere e che insieme al rispetto dei tempi massimi di attesa, diventino indicatori di performance nella garanzia dei Lea».
