Storie Web domenica, Gennaio 18
Il jazz che regge i conti: la lunga marcia del Brass Group di Palermo

È nato in uno scantinato, nella perfetta tradizione di tante cose geniali. E oggi il Brass Group, la Fondazione Brass Group di Palermo, è la dimostrazione che caparbietà e passione possono trasformarsi in un modello: culturale e, di conseguenza, economico. Nessuno avrebbe immaginato che potesse andare così, men che meno i protagonisti di quella nascita avvenuta nel 1974 e gli appassionati che affollavano le prime serate. Il jazz mondiale arrivava a Palermo, ma in pochi ne avevano piena consapevolezza, in anni segnati dal sangue e dal terrore che attraversavano le strade della città. Ignazio Garsia, 80 anni ad aprile, lo aveva capito. «È un sogno che avevo da ragazzo – racconta oggi -. Da ragazzo immaginavo di produrre musica con un’orchestra. Tornando dalla Scandinavia, dove lavorai come pianista, sentivo che il jazz era la musica del nostro tempo». Non un luogo per concerti, ma un’idea di produzione culturale: creare musica, formare musicisti, parlare al presente.

Nascere per resistere

Il maestro Ignazio Garsia, presidente della Fondazione Brass Group

Il primo passo è stato un seminterrato di via Duca della Verdura, poco distante dal carcere dell’Ucciardone, una cantina poverissima trasformata in jazz club per necessità prima ancora che per visione. «Suonavamo per evitare che l’orchestra si sciogliesse, con la speranza di pagare le utenze», ricorda Garsia. Eppure la città risponde. «Si crearono file di persone, al punto che cominciammo a ripetere i concerti tre volte alla settimana». In quel luogo passano musicisti destinati a entrare nella storia del jazz internazionale. Palermo, quasi senza saperlo, era diventata una tappa importante. L’archivio della grande fotografa palermitana Letizia Battaglia conserva le testimonianze di quel tempo: c’è una bellissima foto di Chet Baker (si può vedere anche su Instagram) che suona al Brass nel 1976. «Letizia ha fatto negli anni Settanta un sacco di fotografie al club di via Duca della Verdura – racconta Garsia -. Ho detto a suo nipote che dobbiamo organizzare una mostra con quelle foto fatte al Brass in quel periodo».

La conquista di un teatro

Il salto di scala arriva però all’inizio degli anni duemila con l’incontro – non scontato – con uno dei luoghi storici della città: il Real Teatro Santa Cecilia, edificio seicentesco da tempo privo di una funzione culturale stabile. La Regione valutava destinazioni generiche, indistinte. Garsia invece aveva il progetto di farne la sede del Brass. «All’inizio parlavano di farne un centro polivalente, polifunzionale. Quando sento queste parole capisco che non sanno cosa fare», osserva Garsia. La risposta è concreta, quasi ostinata: «Presi il pianoforte della Fondazione e lo piazzai lì, in via Piccola Teatro Santa Cecilia. Dissi: mettiamo il pianoforte». L’attività concertistica stabile è partita nel 2015, dopo l’ottenimento dell’agibilità. Da allora il Santa Cecilia è diventato il cuore suggestivo del progetto: non c’è una banale platea, ma i tavoli dove ci si siede per tutto lo spettacolo e si può anche ordinare da bere. La storia del Brass Group è segnata anche da scontri duri con le istituzioni. «Sono stati azzerati per due esercizi finanziari», ricorda Garsia. «Nel 2013 e nel 2016 per ben due volte il bilancio della Fondazione è stato letteralmente azzerato: zero contributi. Il collegio dei revisori mi disse: prenditi i libri e portali in Tribunale, perché puoi liquidare la fondazione. Risposi che il Brass non avrebbe mai cessato di vivere: finché avrò respiro garantirò io con il mio patrimonio personale». È la linea di confine tra la fine e la sopravvivenza del progetto.

Numeri che ribaltano i luoghi comuni

I risultati arrivano in modo costante. «Siamo partiti con spettacoli due giorni a settimana, oggi siamo arrivati a quattro, con doppio concerto – spiega Garsia -. Uno alle 19 e uno alle 21, proprio per cambiare il pubblico. Abbiamo superato i 1.500 abbonati. Tra orchestra e personale amministrativo vi lavorano più di cinquanta persone». Numeri che, sottolinea, «non fa nessuna città italiana, né Roma né Milano» per produzioni analoghe. Dati che mettono in discussione l’idea di un pubblico disinteressato alla musica non commerciale. L’Orchestra Jazz Siciliana è un caso unico nel panorama nazionale. «È l’unica orchestra a partecipazione pubblica che abbiamo in Italia», rivendica Garsia. «Ed è l’unica riconosciuta dal Ministero». La Regione Siciliana è parte del consorzio fondativo e una legge regionale ha istituito la Fondazione. Eppure il modello produttivo resta fragile. «Dopo cinquantadue anni quest’orchestra è ancora a chiamata. Per ogni produzione si contrattano gli strumentisti necessari». Un limite che racconta l’immobilismo del sistema musicale italiano.

Un modello economico che tiene

Oggi la Fondazione opera con un bilancio annuo tra i 2 e i 2,5 milioni, sostenuto da 750 mila euro di contributo ordinario più 300 mila di Fondo unico regionale per lo spettacolo e 90 mila di Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo e da entrate proprie legate alla biglietteria, alla formazione e ai progetti jazzistici. Una dimensione che colloca il Brass Group tra le principali infrastrutture culturali stabili della città. Il dato più significativo resta la composizione delle entrate. «Il nostro botteghino vale tra il 30 e il 40 per cento del bilancio», sottolinea Garsia. «Negli enti lirico-sinfonici si oscilla tra il 5 e il 9 per cento». Una forbice che racconta come l’offerta culturale, quando intercetta il presente, possa reggere anche economicamente. Accanto al Teatro Santa Cecilia, il Brass Group cura le attività che si tengono nei locali del complesso monumentale di S. Maria dello Spasimo, con il Blue Brass, spazio dedicato ai giovani, alle jam session e alla formazione informale. «Il martedì e il mercoledì è pieno di studenti dei conservatori che suonano», racconta Garsia. Da oltre cinquant’anni Il Brass porta avanti anche una scuola di jazz. Molti musicisti siciliani si sono formati qui, altri hanno trovato un luogo di perfezionamento dopo il conservatorio. La produzione interna – arrangiamenti, orchestrazioni, nuovi spettacoli – è parte integrante del progetto.

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