Storie Web lunedì, Ottobre 12

«Se conosci il nemico e conosci te stesso, la tua vittoria è sicura» scriveva Sun Tzu nell’“arte della guerra”, ma se portiamo la massima nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale potremmo dire che è forse più importante conoscere l’amico, o perlomeno quello che si comporta come tale. «Il grande inganno dell’AI» di Martina Pennisi, giornalista del Corriere della Sera, edito da Solferino, è il libro giusto per attrezzarsi in una delle più grandi avventure contemporanee: entrare metaforicamente dentro i grandi linguaggi alla base dell’AI generativa e fargli tutte le domande che ci servono per capire cosa diavolo sono, come funzionano, perché si comportano come fossero i nostri amici, compagni di banco, psicologi, colleghi, specchi senza mai averci detto davvero che lo fossero.

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Eccolo il primo grande inganno. Ha ragione Pennisi a osservare come le altre grandi rivoluzioni del digitale avessero una missione più palese: Facebook connetteva le persone, Google ci permetteva finalmente di accedere in maniera semplice ai contenuti del web. Le interfacce linguistiche, come ChatGPT, non si sono dichiarate nei loro intenti ma hanno fatto tesoro del loro design per farci credere di essere in un dialogo tra pari come facciamo quando usiamo WhatsApp.

Ci siamo buttati nell’esplorazione dell’AI generativa con una velocità che non era mai avvenuta in passato con altri strumenti digitali. È qui l’essenza del design, nella sua capacità di incidere sull’utilizzo. Pensate al primo iPhone. Quello schermo lucido che apriva in maniera semplice, elegante, veloce e divertente l’esperienza dell’internet mobile e delle app era un primato, e funzionava così bene che da lì non siamo più tornati indietro, piuttosto si è dovuta adattare tutta l’industria. Questo è capace di fare il design, a volte.

Non che sia perfetta, come interfaccia. Nota Pennisi come cercare informazioni, affinare pezzi di conoscenza, fare un carotaggio su un argomento via via più complesso scrivendo o parlando con l’AI a volte comporti una grande fatica cognitiva. È davvero la soluzione più efficiente? Quali altre strade si prospettano? E come questa continua richiesta del chatbot di nuove interazioni altro non sia che la versione generativa dello scrolling infinito delle piattaforme social che conosciamo così bene. Non vorremo cascarci di nuovo, nel 2026 e oltre.

Parte di quello che succederà dipende dai nativi “cognitivo-artificiali”, come potremmo chiamare la prima generazione che crescerà con una macchina che produce risposte e partecipa alla costruzione delle domande, mentre i nativi digitali hanno imparato a cercare risposte. Loro che oggi fischiano ai discorsi di fine anno accademico nelle grandi università americane non appena si parla di intelligenza artificiale, perché sono soprattutto le figure junior a saltare, per ora, con l’avvento di questi strumenti e allora come si formano? Sarà una generazione potenziata, capace di saltare la gavetta? O la prima a vivere in un mondo dove il lavoro cambierà ruolo e presenza, come preconizzano alcuni dei fondatori della Silicon Valley?

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