Il trend è negativo. Perché il ghiacciaio della Marmolada arretra e si riduce. Rispetto allo scorso anno, nella sua estensione, si registrano 9 ettari in meno, ossia 83 attuali contro i 92 dello scorso anno e «ben lontani» dai 100 del 2023, nel fronte occidentale, in un segnale, si è registrato un ritiro di 120 metri in due anni. È quanto emerge dall’ottava edizione della Campagna Glaciologica partecipata sulla Marmolada promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova, che ha visto la collaborazione dei ricercatori dell’Università di Padova, dell’Arpav, della Fondazione Glaciologica Italiana, di studenti e cittadini volontari provenienti da quattro regioni diverse. «La campagna 2026 – sottolineano i promotori -ha permesso di raccogliere dati aggiornati, fondamentali per continuare il monitoraggio di quel che resta del ghiacciaio principale delle Dolomiti e comprendere meglio l’impatto dei cambiamenti climatici a scala locale».
I dati raccolti quest’anno, come sottolinea Mauro Varotto, docente del Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’antichità e responsabile scientifico della campagna , «aggravano la tendenza già evidente negli ultimi decenni, segnando un nuovo record negativo di riduzione di superficie del ghiacciaio, che in un anno ha perso 9 ettari scendendo ad un totale di 83 ettari rispetto ai 92 dello scorso anno». «Si tratta di una perdita record che avevamo registrato solo nel 2022 – sottolinea riportando i risultati dell’analisi condotta su immagini satellitari da Francesco Ferrarese -, con il tragico crollo del ghiacciaio. Se si ripetono estati come quella appena trascorsa, il ghiacciaio potrebbe avere solo una decina d’anni di vita». Alle attività di monitoraggio svolte sul ghiacciaio hanno partecipato una trentina di persone, dai 16 ai 75 anni, tra cui escursionisti esperti, insegnanti, ma anche semplici appassionati e curiosi. «Complessivamente le misure frontali registrano un ritiro triplicato rispetto allo scorso anno, – 23 metri, in media – sottolinea Giovanni Benetton, da quest’anno responsabile delle misurazioni per la Fondazione Glaciologica Italiana – e la situazione più drammatica è quella della fronte occidentale dove in un segnale abbiamo registrato un ritiro di 120 metri in due anni, con una quota della fronte ormai oltre i 2900 metri. Il ghiacciaio risulta completamente privo di neve residua e l’unica che rimane è ormai quella sotto i teloni geotessili».
C’è poi il fattore temperature. «L’estate 2026 si è rivelata la più calda in quota sulle Dolomiti almeno dal 1991, superando per persistenza e temperature medie anche quella del 2003 – commenta Gianni Marigo di Arpav- .Prendendo ad esempio agosto, lo scarto dalle medie è stato di più di 3gradi centigradi. Nel mese, in Marmolada, nella stazione Arpav Punta Rocca a 3250 metri, solo in 3 giorni si è osservata una minima negativa (-0.6°C valore assoluto) e non si è registrata alcuna giornata con temperatura media negativa». Non solo: «Sono così continuati gli intensi processi di ablazione del ghiacciaio – prosegue -, e non si sono verificate nevicate nemmeno alle quote più elevate; allo stesso modo è proseguito il degrado del permafrost, e sulla stazione del Piz Boè non c’è terreno gelato a nessuna profondità». A rimarcare l’aspetto educativo della campagna e allo stesso tempo l’importanza dei ghiacciai Alberto Lanzavecchia dell’Università di Padova. E quindi l’importanza di osservare il sito, tra i 150 che la Fondazione Glaciologica Italiana “attenziona” ogni anno. «Il 2026sta rivelando un anno record anche a scala alpina, con perdite di spessore glaciale in questo settore triplicate rispetto alla media dell’ultimo decennio e con la neve invernale esaurita già a fine luglio, settimane prima del consueto – conclude il responsabile per il Triveneto, Aldino Bondesansi -. A metà agosto, in Marmolada, i rilievi hanno mostrato i crepacci a monte della nicchia di distacco del 2022 colmi d’acqua di fusione, la stessa condizione che i nostri studi avevano individuato all’origine del crollo».
