Storie Web giovedì, Febbraio 5
Il colosso minerario Rio Tinto rinuncia alla fusione con Glencore

Non c’è due senza tre. È naufragato ancora una volta il progetto di fusione tra Rio Tinto e Glencore, operazione da 260 miliardi di dollari che avrebbe potuto dare vita al maggiore gruppo minerario al mondo. Trascorso il periodo entro cui la legge britannica impone di formalizzare un’offerta o ritirarsi, Rio ha scelto la seconda opzione, comunicando nell’ultimo giorno utile che le trattative amichevoli sono arrivate a un binario morto: “impossibile raggiungere un accordo che crei valore per gli azionisti”, spiega il comunicato della società.

C’erano già stati altri due approcci falliti, a fine 2024 e prima ancora nel 2014, entrambi su iniziativa di Glencore, che getta un po’ di luce sui motivi dell’ennesimo smacco, accennando a disaccordi sulla governance (Rio insisteva per conservare al vertice i suoi attuali presidente e ceo) e sul prezzo dell’offerta, che “sottovalutava in modo significativo” il valore di Glencore e in particolare le attività nel rame: la dote più pregiata, oggi che il metallo rosso scambia ai massimi storici, su previsioni di un boom di domanda (e di un forte deficit d’offerta) al traino dell’elettrificazione e dell’intelligenza artificiale.

Secondo fonti Bloomberg, la società svizzera insisteva per un premio abbastanza ricco da attribuire ai suoi azionisti il 40% del gruppo post fusione.

Sul listino di Londra Glencore è arrivata a perdere oltre il 10%, anche se poi ha ridimensionato il ribasso in chiusura a -2,6%. Stesso ribasso alla Borsa britannica per le azioni di Rio Tinto, che è quotata anche in Australia.

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