Manca da quasi sei anni, ma la sua assenza è solo fisica. Diego Armando Maradona nasceva il 30 ottobre 1960 a Lanús, nella periferia di Buenos Aires. Se ne è andato il 25 novembre 2020, ma per milioni di persone, dall’Argentina a Napoli, il Dio del calcio non è mai morto. Perché Maradona non è stato soltanto uno dei più grandi calciatori della storia: è stato un fenomeno popolare, un simbolo di riscatto, un uomo capace di trasformare il calcio in qualcosa che andava ben oltre lo sport.
Dalle strade di Villa Fiorito al Boca Juniors, dal Barcellona al Napoli, fino alla consacrazione mondiale con l’Argentina nel 1986. In Messico, contro l’Inghilterra, condensò in quattro minuti tutte le sue contraddizioni: prima la “Mano de Dios”, poi il gol del secolo, una cavalcata irripetibile in cui dribblò mezza squadra avversaria a passo di tango.
A Napoli, dove arrivò nel 1984, regalò due scudetti e una Coppa Uefa, trasformando una città abituata a guardare i successi altrui in una capitale del calcio. Genio e sregolatezza, talento smisurato e fragilità profonde. Maradona fu anche eccessi, dipendenze, cadute e resurrezioni, un campione incapace di separare la propria grandezza dalle proprie debolezze. Non un eroe senza macchia, ma un uomo che seppe farsi amare anche attraverso le sue imperfezioni.
Oggi lo ricordano il Napoli e il presidente Aurelio De Laurentiis, il Boca Juniors, la Federcalcio argentina, e anche la Fifa, a cui Diego non risparmiò attacchi violentissimi. Omaggi che attraversano continenti e generazioni, perché Diego ha lasciato un’eredità che nessun palmarès può contenere. A Buenos Aires come ai Quartieri Spagnoli, dove il suo volto continua a dominare i murales, Maradona appartiene ormai alla memoria collettiva. Avrebbe compiuto 66 anni. Ma le leggende, a differenza degli uomini, non invecchiano.












