Storie Web giovedì, Maggio 28

Il 78,9% degli italiani è favorevole al divieto dei social network per i minori di 15-16 anni, sul modello di quanto già adottato o in corso di adozione in Australia, Francia e Spagna. Solo il 21,1% si esprime contro. 

Lo evidenzia il Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes, presentato oggi alla Biblioteca nazionale di Roma.

Più divisivo il tema dell’uso dell’intelligenza artificiale per la prevenzione della devianza minorile: il 51,5% è favorevole e il 48,4% contrario. Tra i favorevoli, la motivazione più diffusa è l’aumento della criminalità minorile (20,7%), seguita dalla tutela dei giovani in contesti a rischio (15,7%) e dalla valorizzazione delle potenzialità tecnologiche in chiave di sicurezza (15,1%).

Sul fronte contrario, la preoccupazione principale riguarda l’inadeguatezza dell’IA a gestire una questione così delicata (26%), seguita dai timori sugli aspetti etici del controllo delle persone (12,3%) e sulla privacy (10,1%).

Tanti i temi e i dati contenuti nel Rapporto.

700 milioni di persone nel mondo soffrono la fame

Nel mondo si producono abbastanza calorie per sfamare ogni essere umano, eppure circa 700 milioni di persone vanno ogni giorno a letto affamate. 

Secondo il rapporto Fao “The State of Food Security and Nutrition in the World, 2025”, nel 2024 l’8,2 per cento della popolazione mondiale era denutrita, pari a circa 673 milioni di persone. Circa 2,3 miliardi vivevano in condizioni di insicurezza alimentare grave o moderata e 2,6 miliardi non potevano permettersi una dieta salutare.

La sicurezza alimentare non riguarda solo la disponibilità di cibo, ma anche accesso economico, utilizzo e stabilità nel tempo. Nel 2024 l’insicurezza alimentare ha colpito il 26,1 per cento delle donne adulte contro il 24,2 per cento degli uomini, con divari più marcati in America latina e Asia meridionale. 

Due italiani su 10 chiedono un prestito in banca

Sulla condizione economica delle famiglie italiane dal rapporto emerge come a chiedere un prestito in banca è il 22,1% degli italiani, di cui il 15,2% con esito positivo e il 6,9% negativo. In particolare, a rivolgersi più spesso alle banche per ottenere un prestito sono le famiglie composte da una coppia di genitori con figli (25,8%), seguite da quelle monogenitore (21,3%), persone che vivono da sole (21,2%) e oppie senza figli (20,3%). 

La motivazione principale per chiedere un prestito è l’acquisto della casa (46,3%), seguita dalla necessità di pagare debiti accumulati (29,1%), dato preoccupante perché mostra che, in poco meno di un caso su tre, il ricorso al prestito bancario non è motivato da investimenti, acquisti o necessità contingenti, ma dal bisogno di far fronte a indebitamenti pregressi. Inoltre, il 20,5% ha avuto la necessità di rivolgersi alla banca per saldare prestiti contratti con altre banche/finanziarie. Un cittadino su cinque si è indebitato per poter affrontare cure mediche (21,6%) o per sostenere le spese di cerimonie come matrimonio, cresima, battesimi (20%), mentre è più basso il ricorso ai prestiti per pagare le vacanze (12,1%).
Dalla ricerca emerge che i cassaintegrati hanno avuto bisogno di un prestito nel 33,3% dei casi, ottenendolo solo nel 3% e ricevendo un rifiuto nel 30,3%: in pratica, a questa categoria sono stati rifiutati 9 prestiti su 10. Una dinamica analoga, si verifica fra chi è in cerca di nuova occupazione, di cui il 23,2% ha avuto necessità di un prestito e più della metà ha ottenuto un rifiuto (12,9%).
 

Meno del 15% degli italiani usa l’intelligenza artificiale

“Il rapporto degli italiani con l’Intelligenza artificiale non è ancora pienamente consolidato. Complessivamente, il 51,8% la usa, ma a farlo abitualmente è solo il 14,4%. Il 48,3%, invece, non ne fruisce mai”. 

L’intelligenza artificiale viene largamente usata per la richiesta di informazioni pratiche (81,3%), per lavorare o studiare (60,5%) e per svago o gioco (54%). Le richieste in ambito sanitario (indicazioni mediche, fare autodiagnosi) si attestano al 41,2%, mentre il ricorso all’Ai per affrontare problemi personali o supportare decisioni da prendere è al 27,5% seguito dall’uso per sostegno emotivo o psicologico (21,8%).

L’AI si usa soprattutto per creare testi (70%) e fare traduzioni (63,8%), ma anche per attività di calcolo e stima (57,9%) e produrre contenuti multimediali (50,9%).
Secondo gli italiani, l’AI è utile (62,7%) ma necessita di una regolamentazione (62,5%); se da un lato ci semplificherà la vita (51,1%), non è detto che distruggerà la creatività (48,4% favorevoli contro 51,6% contrari).

Solo al presidente della Repubblica piena fiducia degli italiani

Il presidente della Repubblica è l’unico a raccogliere piena fiducia tra le istituzioni più importanti con il 61,8% dei giudizi positivi. Dagli italiani sono sempre amatissime le Forze dell’ordine, le Forze armate, l’intelligence, la scuola, l’università e il volontariato.

A grande distanza, dopo il presidente della Repubblica, c’è il Parlamento che vede fiducioso circa 1 cittadino su 4 (26,1%), mentre il governo si attesta al 32,1%. La sfiducia nei confronti della magistratura arriva al 46,5%, anche se il giudizio dei cittadini è spaccato a metà (i fiduciosi sono il 43,4%). Anche i presidenti delle Regioni non raccolgono un consenso pieno nel giudizio dei cittadini e si fermano al 41,2%. Con il 2025 si evince una sfiducia verso la politica e i partiti. 

Il 44,2% degli italiani non vede nelle spese in difesa un investimento

La maggioranza relativa degli italiani considera le risorse destinate alla Difesa un costo più che un investimento.
Secondo un sondaggio presentato nel rapporto, il 44,2% degli italiani vede le spese per la Difesa come un costo, mentre il 32,1% le considera un investimento. Molto ampia anche la quota di chi non sa esprimersi, pari al 23,7%.
Rispetto al 2024, è aumentata la percentuale di chi valuta negativamente queste risorse: due anni fa erano il 36,2%, oggi sono il 44,2%.
Il tema, sottolinea l’Eurispes, si conferma divisivo. L’incremento delle valutazioni negative può essere letto anche alla luce dell’evoluzione del quadro internazionale. Se due anni fa pesava soprattutto la percezione della minaccia legata all’invasione russa dell’Ucraina, oggi, in particolare dopo l’attacco israelo-statunitense in Iran, sembra prevalere in molti cittadini una chiusura più generale verso le iniziative militari.

 

Turismo, il 60% degli italiani è contro l’overtourism, oltre il 50% sceglie le seconde case di nonni o genitori

Il 60% degli italiani è contro l’overtourism, il 42,5% cerca di viaggiare in periodi non turistici (”qualche volta” e ”abitualmente”), quindi in bassa stagione, lontano da feste e ponti e il 26,9% usa raramente questa modalità.
Inoltre il 41,7% sceglie dei connazionali sceglie mete poco turistiche e il 28,6% lo fa, ma raramente. 

Le destinazioni sono scelte prescindendo dai Social (57,3%, anche se il 21,9% si reca ”qualche volta” e ”abitualmente” nei luoghi visti sui Social) e dall’influenza di serie e fiction (58,7%). Le forme di ospitalità collaborativa riguardano, con diversa frequenza, il 22,4% di chi viaggia. Sono in molti invece ad usufruire delle seconde case di nonni o genitori (50,3%).
Nella scelta del luogo in cui viaggiare, la curiosità personale è la motivazione prevalente (33,5%), seguita dal passaparola di amici e parenti (18,8%) e dal desiderio di ritornare nei posti dove si è stati bene (12%). Sul fronte delle modalità di organizzazione del viaggio, il 33,2% degli italiani cambia modalità a seconda delle circostanze, il 28,5% opta per l’organizzazione autonoma rispetto al ricorso a intermediari, tra cui agenzie di viaggio (14,5%) e piattaforme online (11,5%). Affidarsi all’Intelligenza artificiale è ancora un fenomeno marginale (2%). Si contrae la durata dei soggiorni: il 43% ha ridotto la durata complessiva dei propri viaggi e il 40% ha accorciato le proprie vacanze estive.

La settimana bianca, escludendo coloro che non la fanno (59%), rimane un altro momento irrinunciabile: tra tutte le tipologie di vacanza è quella meno ridotta (16,7%). Rispetto al fenomeno dell’overtourism quasi il 60% degli italiani esprime una valutazione negativa, soprattutto nelle grandi città. Esprime, invece, una valutazione positiva nel complesso il 40,9% degli interpellati.

 

Televisione, l’84% degli italiani guarda film e serie con doppiaggio

L’affermazione delle piattaforme di streaming globali ha rappresentato un punto di svolta per il settore del doppiaggio, portando con sé tanto un’espansione della domanda quanto una trasformazione delle condizioni produttive.

Secondo un rapporto Netflix del 2022, l’84% degli italiani preferisce guardare i titoli stranieri doppiati: solo il 16% della popolazione fruisce i contenuti in lingua originale o in altre lingue.

L’Italia guida questa classifica a livello globale, davanti a Germania (80%), Spagna (79%), Brasile (75%), Messico (72%) e Francia (70%). All’opposto, la Polonia segna solo il 44% di preferenza per il doppiaggio, e il Giappone soltanto il 28%. Questa forte preferenza culturale ha spinto le piattaforme a investire nel doppiaggio per il mercato italiano. Se le nuove tecnologie digitali hanno reso possibile una sincronizzazione sempre più precisa tra voci e movimenti labiali, la velocità richiesta rischia di comprimere i tempi del lavoro creativo, con potenziali ricadute su qualità artistica e adattamento culturale.

L’intelligenza artificiale è già applicata in più fasi del processo di doppiaggio. Tuttavia, come sottolineato da alcuni studiosi, questi sistemi presentano un limite strutturale: il raggiungimento simultaneo di alta qualità, completa automazione e applicabilità universale non è possibile. Per ottenere risultati di qualità, è quasi sempre necessario un intervento umano di post-editing.

Nella fase di doppiaggio vera e propria, le tecnologie più rilevanti sono i software di sincronizzazione labiale e i sistemi di sintesi e clonazione vocale. Nel 2025 Amazon Prime Video ha annunciato l’utilizzo dell’Ia per il doppiaggio di alcuni progetti con licenza, motivando la scelta con l’obiettivo di ampliare l’accessibilità della propria libreria digitale. Il caso illustra una tendenza più ampia: l’adozione dell’Ia avviene prioritariamente nei segmenti produttivi in cui i criteri di efficienza economica prevalgono su quelli di qualità espressiva.

Per i professionisti del settore, queste innovazioni producono effetti contraddittori. Da un lato, l’Ia accelera alcune fasi del processo e può creare voci uniche per progetti specifici. Dall’altro, determina una progressiva riduzione del lavoro umano, in particolare nelle produzioni a basso budget o destinate a mercati considerati secondari.
Il rischio è quello di una trasformazione delle condizioni di lavoro che subordina la qualità espressiva all’efficienza economica.

La tecnologia più controversa nel panorama dell’Ia applicata al doppiaggio è il ‘voice cloning’: la replicazione artificiale di una voce a partire da campioni audio preesistenti. Questa pratica solleva questioni fondamentali sul piano dei diritti, poiché la voce non è soltanto uno strumento professionale, ma un elemento centrale dell’identità individuale e artistica di chi la usa. Attualmente non esiste un quadro normativo chiaro che disciplini il consenso, il compenso e i limiti di utilizzo della voce come tratto identitario.

Il quadro normativo: copyright, diritto d’autore e IA

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella filiera del doppiaggio pone sfide significative sul piano del diritto d’autore. L’archiviazione e l’elaborazione di testi e dialoghi su server implicano atti di riproduzione delle opere, mentre i processi di pre-elaborazione possono configurare adattamenti giuridicamente rilevanti.

La Direttiva europea Dsm prevede che gli organismi di ricerca e le istituzioni possano svolgere attività di text and data mining senza scopo di lucro (art. 2-3). Per gli altri soggetti (art. 4), le riproduzioni effettuate su materiali a cui si abbia accesso legittimo sono subordinate alla possibilità per i titolari dei diritti di opporsi preventivamente mediante un meccanismo di opt-out, la cui applicazione concreta richiede ancora chiarimenti.

Sul piano della titolarità degli output generati dall’Ia, la protezione autoriale potrebbe non essere riconosciuta in assenza dei requisiti di paternità umana e originalità. L’eventuale tutela dipende dal grado di intervento creativo dell’essere umano nel processo. In assenza di protezione autoriale, si può ipotizzare una protezione limitata attraverso il diritto dei segreti commerciali o strumenti contrattuali.

Università, studenti stranieri da 150 Paesi 

Gli studenti stranieri iscritti nelle Università italiane provengono da oltre 150 paesi. Più della metà degli immatricolati nell’anno accademico 2024/2025 è concentrata nei primi dieci paesi di origine. La Romania guida con il 9,7% del totale, seguita da Cina (6,9%), Marocco (6%), Turchia (5,9%), Tunisia (5,8%) e Iran (4,9%).

La composizione per nazionalità riflette le principali comunità immigrate già presenti in Italia da decenni. Si tratta in larga parte di studenti legati a famiglie stabilmente insediate nel Paese, non di studenti internazionali attratti dall’offerta accademica italiana dall’estero. È una distinzione importante: l’Italia non riesce ad attrarre dall’estero con la stessa efficacia con cui i paesi competitor lo fanno. Gli studenti propriamente internazionali, cioè coloro che arrivano dall’estero appositamente per studiare, nell’anno accademico 2024/2025 sono 18.358, con un aumento del 10,9% rispetto all’anno precedente. Un segnale positivo, ma ancora insufficiente a colmare il divario strutturale con i principali concorrenti europei.

I numeri italiani sembrano in crescita, ma il confronto internazionale racconta una storia diversa. La quota di studenti stranieri sul totale degli iscritti in Italia è scesa dal 6% del 2018 al 5% del 2023, mentre la media Ocse nello stesso periodo è salita dal 6% al 7%. In termini assoluti le presenze sono rimaste quasi invariate: 106.600 nel 2018 e 106.500 nel 2023. I paesi comparabili per dimensione hanno fatto molto meglio. La Germania è passata dal 10% al 13%, i Paesi Bassi dal 12% al 18%, la Polonia dal 4% al 7%.

Junk food diffuso tra i giovani, cresce uso alimenti ‘senza’

Tra i giovani è molto diffuso il junk food. L’uso degli alimenti “senza” è ormai un’abitudine anche tra chi non ne avrebbe necessità. 

Tra gli alimenti “speciali”, i più acquistati sono quelli senza lattosio (33,3%, di cui 13,6% intolleranti e allergici e 19,7% no) e senza zucchero (31,5%; 4,7% intolleranti e 26,8% no). A seguire gli alimenti senza glutine (21,1%; 9,4% perché intollerante/allergico e 11,7% no), senza uova (19%; 3,7% intollerante/allergico e 15,3% no) e senza lievito (18,5%, con il 13,2% che ne fa uso pur non avendo allergie o intolleranze).

Nel confronto con lo scorso anno, risultano in lieve aumento i consumi di prodotti “senza”, in particolare senza lattosio (da 27,3% a 33,3%).
Gli italiani che dichiarano di acquistare qualche volta, spesso o abitualmente i mix di frutta secca e semi sono il 68,3%; il 62,6% compra cibi confezionati e ultraprocessati e il 64,4% anche bevande gassate, energy drink e succhi di frutta industriali; il 62,1% fa uso di integratori alimentari e il 57% compra alimenti proteici (High Protein: barrette, yogurt, creme, dessert, bevande, ecc.); è meno frequente l’abitudine al consumo di probiotici e prebiotici (49,5%), semi come lino, girasole, canapa, ecc. (48,4%) e alimenti contenenti cannabis (21,9%).

Rispetto a tutte le altre fasce d’età, l’acquisto di cibi confezionati è maggiormente diffuso tra i più giovani dai 18 ai 24 anni che li mangiano nel 72,9% dei casi (“qualche volta” 37%; “spesso” 24,3%; “abitualmente” 11,6%); la stessa percentuale di giovani compra cibi confezionati e ultraprocessati e il 75,7% usa consumare bevande gassate, energy drink, succhi di frutta industriali.

Quasi 4 italiani su 10 (36,6%) si affidano a figure professionali qualificate nel settore dell’alimentazione, comprendenti nutrizionisti, altri medici o naturopati o a fonti scientificamente affidabili, quali riviste mediche o siti scientifici. Al contrario, poco più di italiani su 10 non si rivolgono a professionisti sanitari qualificati per orientare le proprie scelte nutrizionali,preferendo invece fonti non specialistiche quali Social media, siti privi di validazione scientifica o il consiglio informale di persone vicine, con implicazioni rilevanti in termini di affidabilità e qualità delle informazioni acquisite.

Salute, gli italiani tagliano le cure

Per contenere la spesa, gli italiani rinunciano anche alla cura di sé, al benessere e alla prevenzione, a partire dai controlli medici periodici (34,6%) e le cure odontoiatriche (32,1%). Su livelli inferiori si collocano le rinunce alle visite specialistiche (23,4%), alle spese veterinarie (20,4%) e alle terapie o interventi medici (19,8%), mentre la quota più contenuta riguarda l’acquisto di medicinali (15,7%). 

Il confronto con il 2025 evidenzia un incremento generalizzato delle rinunce alle spese sanitarie e di cura e in maniera più marcata per quanto riguarda i controlli medici periodici di prevenzione, che passano dal 27,2% del 2025 al 34,6% del 2026. In crescita anche la rinuncia alle cure dentistiche (dal 28,2% al 32,1%) e l’acquisto di medicinali (dal 13,2% al 15,7%).

Le persone in cerca di nuova occupazione e i cassintegrati presentano sistematicamente le incidenze più alte in tutte le voci considerate: i primi raggiungono il 58,6% di rinuncia ai controlli di prevenzione e il 52,6% per le cure odontoiatriche, mentre i secondi mostrano valori analogamente elevati (57,6% e 45,5%), oltre a una quota particolarmente alta nella rinuncia ai medicinali (39,4%).

Lavoro, in Italia lo smart working per 31,3% degli italiani. Ma solo il 5,7% lo fa sempre

In Italia il 31,3% degli lavoratori fa smart working: il 5,7% sempre, l’8,7% per la maggior parte del tempo, il 16,9% per la minoranza del tempo. 

Tra gli smart workers prevale la modalità ibrida, con alternanza di lavoro in presenza e lavoro da casa. Lo smart working si accompagna con maggior frequenza ai rapporti lavorativi flessibili e a quelli autonomi, rispetto a quelli subordinati e stabili (partita Iva 37,9% e 33,7% contratti atipici).

L’87,1% degli smart workers vorrebbe continuare a lavorare da casa soprattutto per gli aspetti positivi: gestione degli impegni familiari e domestici (82,7%), qualità della vita (80,8%) e l’organizzazione del lavoro (78,1%). Non potendo più lavorare in smart working, il 46% dei lavoratori si dispiacerebbe, ma si adatterebbe, il 28,8% non avrebbe particolari problemi, il 13,9%, invece, lascerebbe il lavoro/cercherebbe un altro lavoro in smart working, mentre per l’11,3% sarebbe un cambiamento positivo.

Dunque le reazioni negative, più o meno drastiche, rappresentano il 59,9%, le reazioni positive o neutre il 40,1%.

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