Era dal maggio del 2025 che lo spread Btp-Bund non superava i 100 punti. È successo questa mattina con un balzo dai 91 di venerdì scorso. Il superamento di quota 100 non è affatto un semplice movimento di mercato, ma il riflesso di una tensione più profonda che attraversa simultaneamente geopolitica, energia e politica monetaria. Non un problema di liquidità o di carenza di materie prime, ma il segnale di una minore fiducia degli investitori e di una rivalutazione del rischio sovrano.
I segnali seguono una precisa catena causale ancorata nello scenario internazionale.
Il primo anello è rappresentato dall’escalation tra gli Stati Uniti e l’Iran. L’ultimatum sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, accompagnato dalla minaccia di colpire infrastrutture energetiche iraniane, introduce un elemento di rottura che va oltre la retorica diplomatica. La risposta di Teheran, con l’ipotesi di una chiusura totale dello stretto, trasforma una tensione latente in un concreto rischio che uno dei principali snodi energetici globali venga disattivato per chissà quanto tempo.
Il timore di interruzioni nei flussi ha immediatamente spinto le quotazioni oltre i 100 dollari al barile, mentre il gas europeo è tornato sopra i 60 euro al megawattora. L’allarme lanciato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, che parla del rischio di una delle più gravi crisi energetiche degli ultimi decenni, contribuisce a rafforzare una narrativa già di per sé destabilizzante.
Ma è il passaggio successivo a essere decisivo per i mercati: l’impatto sull’inflazione e, di conseguenza, sulla politica monetaria. L’aumento dei prezzi dell’energia si traduce inevitabilmente in pressioni inflazionistiche, proprio nel momento in cui la Banca Centrale Europea, solo la settimana scorsa, aveva tentato una pausa nel ciclo restrittivo mantenendo invariati i tassi. La revisione al rialzo delle stime sull’inflazione segnala però che quella pausa potrebbe essere solo temporanea.
I mercati, che per principio ragionano in anticipo, stanno già incorporando l’ipotesi di nuovi rialzi dei tassi nel corso del 2026. Ed è qui che il cerchio si chiude: tassi più alti significano maggiore pressione sui paesi con alto debito pubblico, come l’Italia. Il risultato è una vendita selettiva dei titoli più rischiosi e un contestuale spostamento verso il Bund tedesco, percepito come bene rifugio.
Lo spread, dunque, non è che la sintesi finale di questa catena: geopolitica, energia, inflazione, politica monetaria.
Ciò che rende questa fase particolarmente delicata è l’assenza di punti di riferimento chiari. Gli obiettivi strategici degli Stati Uniti nel conflitto restano opachi, le dichiarazioni ufficiali sono contraddittorie e i mercati si trovano a operare in un contesto in cui è difficile stimare sia la durata sia l’intensità della crisi.
In queste condizioni, lo spread sopra quota 100 non è un’anomalia, ma una conseguenza logica. E finché la catena che lo alimenta resterà intatta, è difficile immaginare un ritorno stabile alla normalità.





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