Tutte hanno bisogno di approvvigionamenti e su questo stiamo soffrendo, perché la chiusura o il rallentamento di alcuni canali – non solo Hormuz – attraverso cui passano gas e petrolio, ma anche merci e beni, provoca ritardi nelle consegne e aumenti di prezzo, che in alcuni casi si sono persino centuplicati. C’è inoltre un tema di assicurazioni, che fanno fatica a coprire tutte le casistiche. E poi porti come Jeddah, in Arabia Saudita, o Sohar in Oman, stanno lavorando al 100 per 100 delle loro capacità, quindi non mancano disservizi e ritardi.
Come avviene l’approvvigionamento di merci e materiali?
La scelta che al momento le aziende stanno prediligendo, nonostante i costi elevati, è quella aerea, perché è l’unica garantita. Oppure via terra: le navi arrivano a Jeddah o in Oman e poi i beni viaggiano su gomma. Cerchiamo di organizzarci e anche a questo serve il lavoro della nostra Camera a Dubai, in coordinamento anche con l’ambasciata. Facciamo incontri settimanali con le aziende e condividiamo idee, esperienze, ma anche capacità logistiche. Facciamo rete.
L’export è in frenata?
Sicuramente c’è un rallentamento per i beni di lusso, perché molti potenziali clienti sono andati via da Dubai, ma soprattutto per le difficoltà di trasporto. Per chi, come la mia azienda, ha commesse del valore di milioni di euro, si riesce ad ammortizzare l’aumento dei costi logistici, ma per altri settori, soprattutto nei beni di consumo, l’impatto sarebbe troppo oneroso. Quindi prevale l’attesa. Ma non vedo nessuno intenzionato a rinunciare a questo mercato. E non parlo solo degli Emirati, ma di tutto il Golfo. Abbiamo vissuto altre crisi, come la recessione del 2009 e il Covid nel 2020, ma questo Paese ha risorse incredibili e infatti ne siamo usciti in maniera ancora più forte, in termini di crescita per le aziende presenti.












