Storie Web venerdì, Gennaio 2
I 15 ospedali italiani d’eccellenza: performance, divari regionali e sfide per la sanità pubblica

Cruciale quindi il tema della governance: i dati del Pne servono per governare il sistema ma bisogna farne tesoro, così come va aggiornata la bussola del Dm 70/2015. Un tema su cui il ministero ha formalmente avviato un tavolo da anni ma siamo ancora in attesa di un decreto con nuove soglie – che vanno manutenute esattamente come gli indicatori – su aspetti problematici della gestione delle cure.

Cesarei sempre sopra-soglia

Sul fronte cesarei, siamo in netta risalita rispetto agli anni in cui l’Italia viaggiava sul 40% e se negli ultimi anni vediamo una riduzione minima – spiegano da Agenas – è perché il grosso calo negli interventi c’era già stato. L’Italia resta comunque nettamente al di sopra dello standard del 15% fissato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms): i tagli cesarei sono in lieve calo dal 25% del 2015 al 22% del 2024 ma con forti differenze tra Nord e Sud con valori mediani al Meridione spesso al di sopra del 25% con punte del 30 e del 35%. Inoltre, ci sono aree del Paese in cui si continua a mantenere aperti i punti nascita al di sotto dei 500 parti l’anno, malgrado la legge ne disponga la chiusura. Più in generale, il ricorso alla chirurgia per un evento che dovrebbe essere naturale come il parto è minore negli ospedali pubblici e nei centri ad alto volume generando una forte inappropriatezza.

La frattura Nord-Sud

A tracciare plasticamente la frattura che permane tra Nord e Sud del Paese con il Meridione in svantaggio è l’elenco delle eccellenze: solo l’Aou Federico II di Napoli in Campania rientra nella rosa delle 15 strutture valutate su almeno 6 aree che hanno raggiunto un livello “alto” o “molto alto”. Le altre sono ripartite tra Lombardia (5 centri), Veneto (3 centri), Emilia-Romagna (2 centri), poi Toscana, Marche e Umbria ciascuna con un centro. Questo significa che le grosse strutture sono quasi tutte al Nord e questo resta un problema, anche se il Sud nel tempo mostra dei passi avanti. Il nodo per il 2024 resta la grande frammentazione in ambito oncologico, ad esempio, con i centri per il pancreas in condizioni ancora drammatiche, e il gap permane anche nell’area materno-infantile.

Intanto celebrano il Pne le Regioni che cumulano le 15 strutture al top in tutte le aree: «Questi numeri – spiega l’assessore al Welfare della Lombardia Guido Bertolaso, forte dei 5 centri super promossi – non sono frutto del caso, ma del lavoro integrato di ospedali, professionisti e governance regionale. La nostra priorità resta quella di garantire cure sicure, tempestive e adeguate ai bisogni di una popolazione ampia e complessa. I risultati del Pne ci confermano che siamo sulla strada giusta e ci stimolano a proseguire con ulteriori investimenti e miglioramenti». In Emilia Romagna sono al top due ospedali: «Un risultato che ci riempie di orgoglio e rappresenta un’ulteriore dimostrazione del livello di eccellenza della nostra sanità regionale – sottolinea l’assessore alle Politiche per la Salute, Massimo Fabi -. Ancora più importante, perché la certificazione arriva da un osservatorio autorevole e ’terzo’ come Agenas, agenzia del Governo. Nel report- prosegue – sono contenuti dati molto positivi in tutte le voci di valutazione e per numerose strutture, a conferma dell’ottimo lavoro portato avanti ogni giorno da medici, infermieri e operatori sanitari della nostra Regione».
Dalle Marche poi ricordano che in quella Regione «a eccellere, ancora una volta, è l’Azienda ospedaliera Umberto I – Lancisi di Ancona che tocca livelli alti/molto alti in 7 aree valutate. Si tratta dei settori: ambito cardiocircolatorio, sistema nervoso, respiratorio, chirurgia generale, chirurgia oncologica, osteomuscolare, nefrologia. «Sappiamo – commenta l’assessore alla Sanità Paolo Calcinaro – che il lavoro su vari temi è ancora ingente ma quello che esce dal livello nazionale è un dato su cui ci deve essere consapevolezza: le Marche hanno molte eccellenze, livelli alti su numerose aree e in varie strutture. Un plauso a Torrette e alla sua squadra, dai reparti all’emergenza/urgenza. Ora continuiamo il lavoro sulle tematiche da migliorare in primis sui tempi delle liste di attesa, problema nazionale e non regionale». Per l’Umbria, è la presidente Stefania Proietti a commentare: «Il fatto che la regione non presenti strutture rimandate sugli standard di qualità e che diversi presidi mostrino miglioramenti concreti conferma l’impegno dei professionisti e delle direzioni aziendali. Continueremo a lavorare senza sosta per garantire servizi pubblici di sanità e salute sempre più efficaci e vicini ai cittadini».

Le novità in arrivo

La Chirurgia mininvasiva è tra la novità di questa ultima edizione del Programma nazionale Esiti: questo approccio espone il paziente a minori complicanze come le infezioni. Idem per la robotica, che va monitorata perché per alcuni ambiti mancano le evidenze. In generale i dati sono soddisfacenti grazie a un utilizzo sempre più diffuso di queste tecniche, soprattutto in ambito urologico, anche con il superamento dell’approccio “open” (con percentuali anche superiori all’80%).
Il monitoraggio del territorio è ancora dietro l’angolo: per il momento si guarda ancora ai dati delle Schede di dimissione ospedaliera e questo significa che oggi la qualità è misurata in modo indiretto, utilizzando indicatori di ospedalizzazione evitabile cioè ricoveri che sarebbero evitabili qualora l’assistenza territoriale fosse di buon livello.
Sullo scompenso cardiaco i dati mostrano che non c’è stato miglioramento e soprattutto che c’è ampia variabilità all’interno dei territori, il che probabilmente è una misura indiretta del fatto che l’assistenza territoriale non è uniforme. Ancora più eclatante è questo dato per il diabete: al Sud sono maggiori le complicanze a medio e lungo termine e la più impattante come l’amputazione degli arti mostra un tasso di ospedalizzazione ancora doppio rispetto alla mediana nazionale.

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