Storie Web lunedì, Gennaio 26
Hermès, va in scena l’ultima sfilata di Veronique Nichanian

«Non è una retrospettiva, ma una collezione come tante, nella quale ritornano alcune le silhouette che da sempre favorisco, i miei giochi con il colore, e la sapienza unica di Hermès nel trattare la materia» dice Veronique Nichanian poco prima della sfilata di Hermes. È l’addio ufficiale e consapevole dopo trentasette anni di onorata carriera, e Nichanian è la protagonista, a ragione, della giornata. La si ammira per la capacità di smettere quando ancora all’apogeo, per la scelta ponderata di non rimanere legata alla poltrona, per il desiderio di fare altro mentre ancora può. L’evento è carico di significato, ma non è trionfale o pomposamente celebrativo, e termina con una disordinata standing ovation che è suggello perfetto. In passerella, il Nichanian-pensiero è espresso con chiarezza e verve: abiti dalle silhouette scattanti, blouson e parka avvolgenti e poi pelli pregiate per ogni dove, trattate davvero come fossero tessuto: c’è uno smoking di coccodrillo blu notte, addirittura, e una tuta di montone gessato che pare felpa di cachemire. Il tutto, in una palette molto cittadina di grigi, blu e neri, mescolati con sottile irriverenza, che poi è anche un buon modo per descrivere l’uomo di Hermès, mai ingessato, sempre scanzonato e seducente. Si chiude dunque un capitolo della lunga storia della maison, cui seguirà una stagione di pausa con la collezione disegnata dal team e tra un anno esatto il debutto, molto atteso, di Grace Wales-Bonner.

Lasciata Milano per tentare la sorte laddove il gioco della moda si fa davvero duro, Luca Magliano debutta a Parigi con una summa molto stretta, molto dolente, molto Magliano del suo classico sovvertito da piccoli gesti, della sua idea così toccante di eleganza provinciale, portata in vita da esemplari di varia umanità con le storie scritte sulle facce, sui corpi e nei gesti. Avverso alle situazioni comode, Magliano si rimette in gioco non per superbia o fame di grandezza, ma con la consapevolezza che dove non si è perfettamente a proprio agio si riscoprono le proprie forze, il proprio carattere. È un debutto maturo e toccante, così profondamente italiano nell’anima e nella personalità da apparir sfidante nella ville lumière.

La formula Sacai è ormai consolidata, ma Chitose Abe ha la rara capacità di reiterare la sua idea dell’ibrido in modi mai ripetitivi o stantii. Questa stagione lavora intorno al tema della distruzione cui segue la costruzione, e su una fusione fluida di maschile e femminile, di giacca e cravatta e gonna, con l’aggiunta di stampe vivaci, maglie rustiche e riferimenti al pugilato. Il risultato è una delle migliori collezioni Sacai degli ultimi tempi.

Dopo la fantascienza bulgara del passato, Kiko Kostadinov trova chiarezza e realizza abiti veri – puri, grafici, liquidi – non costumi di un film. Louis-Gabriel Nouchi lavora sul corpo e la sessualità esibita, immaginando abiti che coprono per invitare a spogliare. È un codice altamente personale, il suo, autentico e in grado di radunare una comunità. Ciò che necessita di essere perfezionato è la traduzione del tema scelto in abiti – questa volta, Alien – perché ancora troppo rigida o scolastica. Da Kolor, Taro Horiuchi lavora sui codici del marchio – una fusione astratta di tailoring morbido e funzionalità sportiva – ma si spinge in direzioni inaspettate. Il tema marinaro, questa stagione, è foriero di eccitanti cambiamenti: tutto si fa ruvido, tattile, ricchissimo nei dettagli, ma vero e graffiato invece che lambiccato.

Da Jacquemus, infine, è tempo di edonismo anni ottanta: festa al Museo Picasso pensando a Paloma fotografata da Helmut Newton e alle figure carnevalesche di Pablo. È tutto molto divertente, sgargiante, grafico e scultoreo, ma la couture al femmile appare un po’ fatta in casa mentre la parte maschile della collezione convince di più.

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