Storie Web giovedì, Maggio 23
Notiziario

L’importanza di Londra come incubatore del nuovo, fucina del vero meticciato progressivo è indubitabile, seppure, al presente, in larga parte esagerata. Quel che ancora oggi sussiste è che a Londra moda e cultura resistono, si direbbe però per poco, all’omologazione galoppante e algoritmica. È in questa ottica di zona franca di infinite possibilità, congiunzioni e reinvenzioni che Gucci, nella persona del direttore creativo Sabato De Sarno, ha scelto Londra come luogo della sfilata Cruise 2025, svoltasi il 13 maggio.

L’evento ha un titolo che sta a metà tra la speranza e l’esortazione – We’ll always have London – mentre il luogo che lo ospita è la Tate Modern, istituzione culturale quanto mai vivace e aggregativa, frutto essa stessa della reinvenzione, ormai ventiquattro anni fa, di un edificio industriale preesistente. Insomma, le tessere del racconto ci sono tutte. De Sarno, che ancora una volta non parla né illustra a voce, sottraendosi al confronto, affida le spiegazioni a una lettera, deposta sulle sedute metalliche: «Esplorare una direzione creativa significa entrare in uno spazio pre-esistente e farlo vedere attraverso i tuoi occhi, passando di sala in sala al fine di rimodellare l’edificio – dice -. Devo molto a questa città, che mi ha accolto e ha saputo ascoltarmi. Lo stesso vale per Gucci, il cui capostipite fu ispirato dalla sua esperienza londinese. Il ritorno della maison è motivato dal desiderio di immergerci nell’essenza inconfondibile, nella forza creativa di Londra, con la sua infinita capacità di mettere in relazione i contrasti e di farli dialogare, incoraggiando la co-esistenza».

La collezione è in effetti un atto di coesistenza: unisce quella che si direbbe essere la sigla di De Sarno – purezza monocroma, sopraffina nell’esecuzione ma oltremodo normale nell’apparire – a prelievi abbondanti dall’archivio Gucci, dalle seduzioni di Tom Ford ai pussy bow e le perle di Alessandro Michele. In mezzo ci sta anche Miuccia Prada, un po’ del Bottega Veneta di Matthieu Blazy e molto vintage anni 60 e 70, con tanto di martingale alte, camosci da contestazione, tartan anglomania e stampe di camomille selvatiche.

Archivio a tutto spiano per le borse, e scarpette assai desiderabili in forma di ballerine con il morsetto e creepers da teddy girl con i calzettoni bianchi. È un gran collage di “alla londinese”, ecco: una danza di contrasti amalgamati in armonico disequilibrio; di certo la prova migliore, fin qui, di De Sarno. Il rigore delle linee si carica di un moderato romanticismo, ma quel che manca è lo spirito impavido di Londra, la vitalità delle idee che non nascono in vitro ma dall’energia autentica. Si avverte come un sentimento di paura creativa, che nasce forse dal timore di diventare irrilevanti. Sarebbe però il momento di osare davvero, perché la moda in generale, non solo questo marchio, ne ha un gran bisogno.

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