Sono tante piccole storie, come piccoli sono i loro protagonisti. Vicende che raramente trovano spazio nella cronaca, occupano il tempo di qualche post sui social e poi spariscono, liquidate come beghe private tra genitori separati. Eppure sono una cartina al tornasole delle condizioni di salute dello stato di diritto che governa la macchina giudiziaria. Un esempio tra tutti: la famiglia nel bosco, che ha diviso l’Italia ma ha anche squarciato il velo su un meccanismo che ricorre in molte altre storie, a valle di separazioni e divorzi. Storie differenti nel merito, ma non nel metodo: bambini allontanati da madri ritenute inadeguate, simbiotiche, fusionali e padri valutati con un metro diverso, più benevolo.
È questo l’elefante nella stanza, prosperato nel nome della bigenitorialità e grazie al costrutto ascientifico dell’alienazione parentale e dei suoi derivati, come il “rifiuto genitoriale”, intorno al quale fioriscono convegni e corsi di formazione. Clave usate spesso per vendetta, con un copione identico: il rifiuto del minore verso un genitore, quasi sempre il padre (ma è accaduto anche il contrario: si pensi alla tragedia del bimbo sgozzato a Muggia dalla mamma che non voleva incontrare), viene letto come un’anomalia da correggere. La madre che vive con il bambino finisce quasi sempre sul banco degli imputati, accusata di costituire l’elemento disturbante. Da lì si apre la diga: consulenze tecniche firmate da psicologi e psichiatri, relazioni dei servizi sociali, provvedimenti che puntano a “recuperare” il rapporto a tutti i costi, anche al prezzo della separazione dalla mamma e dal suo ambiente di vita. In una specie di spirale distopica, i bambini vengono portati in casa famiglia per essere “depurati” dalle influenze materne e favorire il ricongiungimento con l’altro genitore, quasi sempre ispiratore e promotore dell’intero procedimento.
Una deriva su cui ha acceso i riflettori l’Onu e che ora la Spagna tenta di arginare: il Consiglio dei ministri presieduto da Pedro Sánchez ha proposto di vietare l’uso dell’alienazione parentale e di «qualsiasi sua variante» nei tribunali. In Italia qualcosa si è mosso, grazie alle denunce di attiviste e femministe, della Commissione femminicidio della XVIII Legislatura che sotto la presidenza di Valeria Valente ha condotto un’inchiesta sul tema e, in tempi più recenti, della battagliera Garante per l’Infanzia Marina Terragni. Ma nelle aule di giustizia il fenomeno persiste.
Qualche esempio? Giulia, a Napoli. Tre anni di vita insieme alla mamma, un contenzioso con il padre rumeno che attraversa le frontiere fino ad arrivare in Cassazione. Non si fa in tempo. Il Tribunale applica la Convenzione dell’Aia e trasferisce la bambina in Romania. Nel mezzo, un ricovero sospende tutto solo per qualche giorno. La madre parla di trauma, prova a fermare il circolo vizioso. Ma non c’è nulla da fare: Giulia viene trasferita tra pianti e grida. Quando rivedrà la mamma non si sa: di solito i bimbi strappati lo sono per sempre.
Dopo Napoli c’è Padova. Anche qui una bambina, Alba, anche qui il rifiuto del padre, relazioni, consulenze, valutazioni. Fino alla decisione di intervenire comunque, di “ricostruire” il rapporto. Il passaggio è il medesimo: il disagio del minore viene letto come qualcosa da correggere, la relazione con la madre come un ostacolo. Lo strappo diventa automatico: gli assistenti sociali stanno per bussare alla sua porta e una sentenza del Tribunale ha decretato che si potrà ricorrere alla forza pubblica. Un iter peraltro più volte condannato dalla giurisprudenza, che ha redarguito il ricorso a polizia e carabinieri per prelevare i bambini. Un indirizzo di buon senso ma, dal tristemente noto bambino di Cittadella (Padova) dell’ottobre 2012 in poi, i piccoli continuano a essere presi mani e piedi e portati via.












