
Un voto forse simbolico, ma pur sempre un segnale politico forte e assai inconsueto. Trump è avvisato, qualcosa sta cambiando e la sua presa sulla maggioranza non è più così scontata.
La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato mercoledì una risoluzione volta a revocare i dazi imposti dal presidente Trump sulle importazioni dal Canada. Con un voto 219 a 211, sei deputati repubblicani hanno rotto i ranghi della maggioranza per unirsi ai democratici, sfidando apertamente la Casa Bianca e la leadership del partito.
Si tratta di un rarissimo atto di ribellione interna in una Camera dove i repubblicani mantengono una maggioranza risicata (218 a 214).
La risoluzione mira a porre fine allo stato di “emergenza nazionale” dichiarato da Trump nel febbraio 2025, strumento giuridico che gli ha permesso di imporre misure commerciali punitive senza il preventivo consenso del potere legislativo. Secondo i sostenitori della misura, tra cui il democratico Gregory Meeks e il repubblicano Don Bacon, il provvedimento riafferma la prerogativa costituzionale del Congresso in materia di tassazione e commercio estero.
Nonostante l’approvazione alla Camera e le alte probabilità di successo anche al Senato, dove già in passato sono state votate mozioni analoghe, la risoluzione mantiene un valore prevalentemente simbolico. Per superare il veto già annunciato dalla Casa Bianca sarebbe necessaria una maggioranza dei due terzi in entrambi i rami del Parlamento, soglia decisamente fuori portata.
Ma il segnale è arrivato e Trump ne è consapevole. Poco prima del voto, il presidente aveva utilizzato la propria piattaforma Truth Social per minacciare i rappresentanti repubblicani: chiunque avesse votato contro i dazi ne avrebbe subito le conseguenze durante le elezioni primarie, in vista del voto di medio termine del prossimo novembre. Proprio quel voto sta causando nervosismo tra i ranghi repubblicani, che hanno già subito sconfitte nelle ultime elezioni suppletive: ci si chiede se il clima politico nel Paese non sia destinato a cambiare, anche considerato che Trump non può ricandidarsi per un nuovo mandato.
Il presidente ha difeso la propria politica protezionistica sostenendo che la sola prospettiva dei dazi costringe gli altri Paesi ad accettare le richieste degli Stati Uniti e affermando che grazie a queste misure il deficit commerciale americano sarebbe già calato del 78%. Ma sono argomenti che iniziano a non convincere più tutti i repubblicani, specie in relazione a un Paese tanto vicino – e con il quale l’economia è tanto interconnessa.
Il braccio di ferro tra la presidenza e una parte del Congresso si inserisce in un contesto di tensioni diplomatiche senza precedenti con il Canada.
Trump ha descritto il Paese vicino come “uno dei peggiori partner commerciali” degli Stati Uniti, accusandolo di essersi approfittato della sua nazione per decenni. L’amministrazione ha giustificato i dazi del 25% (poi elevati al 35% per i beni non coperti dall’accordo USMCA) citando il fallimento del governo canadese nel contrastare il contrabbando di fentanyl. Tuttavia, i dati forniti dalla DEA indicano che il traffico proveniente dal confine settentrionale rappresenta meno dell’1% del totale che arriva sulle strade americane.
Sul piano economico, diverse analisi indipendenti, tra cui quella dello Yale Budget Lab e della Tax Foundation, stimano che il costo mediano dei dazi oscilli tra i 1.300 e i 1.400 dollari l’anno per ogni nucleo familiare statunitense. Sono anche queste ricadute sui consumatori ad aver spinto alcuni conservatori a considerare i dazi come una tassa impropria che grava sulla classe media.
La corte per il commercio internazionale degli Stati Uniti blocca i dazi di Trump (AFP)











