Storie Web lunedì, Settembre 7

Sulla carta, centinaia di titoli, decine di Paesi, molteplici settori. Nella sostanza una fetta crescente del rendimento degli strumenti del risparmio gestito presenti nei portafogli degli italiani dipende dall’andamento di una manciata di titoli: Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Tesla e Nvidia in primis. Ormai non basta più aprire il prospetto di un fondo comune azionario globale e leggere la rassicurante frase «portafoglio diversificato su oltre 500 titoli» per essere sicuri di non aver messo tutte le uova nello stesso paniere ed evitare i rischi connessi. La diversificazione non si misura nel numero di posizioni, bensì nella distribuzione del rischio.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

NEI PORTAFOGLI DEI FONDI COMUNI

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Non solo gli indici di riferimento (e quindi gli Etf che li replicano fedelmente), ma anche i fondi comuni gestiti attivamente, hanno una fetta sproporzionata degli attivi investita in azioni delle cosiddette “Magnifiche Sette”. I dati sono eloquenti. Considerando soltanto l’esposizione a queste società che gli investitori detengono indirettamente attraverso i fondi comuni (senza considerare Etf, polizze e fondi pensione), la cifra supera i 390 miliardi di dollari. Quasi il doppio rispetto ai 204 miliardi di un anno fa.

Dati inequivocabili che emergono dall’analisi dei portafogli dei 5.755 fondi azionari e bilanciati distribuiti in Italia, realizzata con il database Mpower.Finance, powered by Morningstar. Occorre dire che in parte questi stessi fondi sono collocati anche all’estero, ma la cifra rimane imponente. Sedici fondi arrivano a spingere il concetto di “concentrazione” oltre la soglia massima del 10% del portafoglio prevista dalla normativa di riferimento su un singolo titolo. E non sono rari gli strumenti con portafogli troppo sbilanciati verso queste sette big tech, con il peso che nel complesso si attesta anche fino al 40 per cento. La loro influenza è dominante nel determinare il risultato del fondo.

In condizioni di mercato favorevoli, con quotazioni in rialzo, la concentrazione può apparire un motore di performance. Il problema potrebbe emergere quando si immagina uno scenario di possibile correzione brusca e generalizzata di questi titoli, con effetti a catena su tutto l ’ecosistema del risparmio gestito e, di riflesso, sui patrimoni delle famiglie. La diversificazione formale, quindi, non elimina il rischio sistemico legato alla concentrazione sostanziale che emerge dall’analisi dei portafogli. Riconoscere questo paradosso non implica demonizzare le big tech, né i fondi che le detengono. Invita piuttosto a porsi una domanda: stiamo davvero diversificando i nostri risparmi o stiamo semplicemente delegando a gestori e indici la stessa scommessa concentrata su pochi titoli?

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