Storie Web martedì, Febbraio 10
Fao: pesca e acquacoltura sempre più vulnerabili alle frodi alimentari

Composti a base di amido spacciati per gamberi, surimi venduti al posto della carne di granchio, tilapie “macherate” da dentici rossi, tonno camuffato con coloranti per regalargli un aspetto più fresco. Anche il comparto della pesca e dell’acquacoltura (185 milioni di tonnellate di prodotti venduti, per un giro d’affari di 195 miliardi di dollari), è estremamente vulnerabile alle frodi alimentari, a causa della diversità delle specie commercializzate (oltre 12mila) e dal coinvolgimento di molteplici autorità di ispezione lungo le catene di approvvigionamento internazionali.

Sostituzione delle specie, adulterazione, contraffazione e falsa rappresentazione dell’origine, o dei metodi di produzione, sono i casi più ricorrenti citati dalla Fao nel rapporto presentato oggi, ma ci sono anche casi di distribuzione di prodotti legittimi al di fuori dei mercati di destinazione, etichettatura errata o manomessa (soprattutto sulle informazioni riguardanti la sostenibilità e la data di scadenza del prodotto) . Queste azioni – scrive la Fao comportano seri rischi per la salute pubblica, la fiducia dei consumatori e la conservazione marina: eppure il tornaconto economico in alcuni casi prevale.
Spacciare salmone atlantico – quasi tutto allevato – come salmone del Pacifico, la maggior parte pescato in natura, rende circa 10 dollari per chilogrammo. Aggiungere acqua ai prodotti ittici non lavorati per aumentarne il peso, fa lievitare anche il prezzo.

Alcune frodi ittiche vengono effettuate per mascherare la provenienza geografica di un prodotto, o per sopprimere prove di sbarco oltre la quota ammessa per legge (con conseguenze sulla sostenibilità degli stock ittici).

Nelle circa 200 pagine di rapporto, l’Italia ricorre a titolo d’esempio in due casistiche: spigole o branzini d’allevamento spacciati per pescati e cozze straniere vendute per italiane. «Nel dicembre 2024, il branzino d’allevamento importato, del peso da 400 g a 600 g, proveniente da Grecia e Turchia, veniva venduto sul mercato all’ingrosso romano rispettivamente a 6,80 euro/kg e 4,20 euro/kg», scrivono gli esperti Fao. In confronto, il pesce d’allevamento italiano della stessa taglia costava in media 12,50 euro al kg, quasi il doppio del prezzo del pesce greco e il triplo di quello del pesce di origine; ancora di più se venduto come pescato in natura. «Con l’acquacoltura che fornisce una quota crescente di prodotti ittici alla popolazione mondiale, i prodotti ittici d’allevamento sono diventati più accessibili e convenienti», si legge nel rapporto. «Tuttavia, le preferenze dei consumatori per i prodotti ittici selvatici, unite alle differenze di prezzo tra prodotti ittici d’allevamento e selvatici, hanno creato forti incentivi all’etichettatura errata».

In Europa, lo studio si sofferma anche sulle cozze, spacciate spesso per nazionali o italiane, anche quando provengono dall’estero. «La produzione di questa specie, che in Italia viene venduta principalmente fresca, non è sufficiente a soddisfare la domanda di consumo nazionale», scrive la Fao e le importazioni italiane di cozze, principalmente da Spagna e Cile, hanno raggiunto le 73mila tonnellate.

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