Storie Web mercoledì, Agosto 12

La ricchezza mondiale continua a salire e raggiunge un nuovo massimo storico. Ma il motore che la alimenta è sempre meno l’economia reale e sempre di più la rivalutazione di immobili e attività finanziarie. È questo il principale messaggio del nuovo Global Balance Sheet 2026 del McKinsey Global Institute, pubblicato lo scorso 23 luglio, che fotografa un patrimonio globale di quasi 1.800 trilioni di dollari, mentre la ricchezza netta delle famiglie tocca i 570 trilioni, oltre quattro volte il livello rilevato nel 2000 (secondo le stime diffuse giovedì scorso dall’Ocse il reddito reale delle famiglie si è attestato a +0,2% nel primo trimestre dell’anno contro un precedente +0,6%, per l’Italia +0,8%).

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La novità, però, non è soltanto il nuovo record. McKinsey osserva che la qualità della crescita patrimoniale continua a deteriorarsi: solo il 20% dell’aumento della ricchezza nel 2025 deriva da nuova formazione di capitale, cioè da investimenti in infrastrutture, impianti, macchinari e altri beni produttivi. Tutto il resto nasce dall’aumento del valore di attività già esistenti, la cosiddetta paper wealth, una ricchezza “sulla carta” alimentata dalle quotazioni degli immobili e soprattutto dei mercati finanziari.

È il progressivo scollamento tra patrimonio ed economia reale a rappresentare, secondo gli economisti di McKinsey, il principale elemento di vulnerabilità. Quando il valore degli asset cresce molto più rapidamente del Pil e degli investimenti produttivi, aumenta il rischio che future correzioni dei mercati cancellino parte della ricchezza accumulata, con effetti sulla crescita e sulla stabilità finanziaria.

Differenze geografiche

Il report descrive un mondo che sta prendendo direzioni sempre più divergenti. Gli Stati Uniti continuano a rappresentare il caso più dinamico: la corsa dell’intelligenza artificiale e gli utili record delle imprese hanno spinto la capitalizzazione azionaria a livelli senza precedenti. Le valutazioni delle società americane hanno raggiunto circa 2,4 volte il valore delle attività nette, mentre gli utili societari rappresentano una quota del Pil quasi doppia rispetto alla media precedente al 2000. Una situazione che, secondo McKinsey, può essere sostenibile solo se la produttività continuerà ad accelerare.

La Cina segue invece un percorso opposto. La correzione del mercato immobiliare ha ridimensionato la ricchezza patrimoniale delle famiglie, mentre continua a crescere il ricorso al debito pubblico e soprattutto al debito delle imprese, che ha raggiunto circa l’80% delle attività reali aziendali, ben al di sopra della media internazionale compresa tra il 40 e il 50 per cento.

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