
L’analisi industriale e finanziaria, occupazionale e ambientale dei piani proposti dai due fondi speculativi americani, Flacks e Bedrock, è stata passata ieri al vaglio dei due comitati di sorveglianza di Acciaieria d’Italia e di Ilva in amministrazione straordinaria.Gli avvocati che compongono i due comitati di sorveglianza e i creditori, che rischiano di trovarsi parti deboli di una vicenda disastrata insieme ai lavoratori destinati alla cassintegrazione o alla mobilità, hanno considerato il lavoro compiuto dai commissari – i pro e i contro delle due proposte – e l’orientamento espresso a favore di Flacks (tecnicamente quella di Bedrock non è mai stata una offerta vincolante) da trasmettere al governo Meloni che, nella componente ministeriale del Mimit, dovrà ora chiudere il cerchio attivando la negoziazione in esclusiva.Alla fine, quindi, con l’autoesclusione di fatto di Bedrock che ha presentato una offerta ancora più fragile di quanto si potesse aspettare in una procedura mandata deserta da tutti i soggetti industriali siderurgici, è rimasta sul tavolo la proposta del fondo di turnaround americano che nulla a che a fare con l’acciaio: nel track record di Bedrock, perlomeno, l’acciaio era uno dei comparti in cui aveva già operato da investitore. A questo punto, si apre una ulteriore fase negoziale in cui bisognerà capire se, come desidera il Governo, potrà intervenire un cavaliere bianco italiano (Palazzo Chigi auspica Arvedi), in grado di conferire la componente industriale e manageriale a una ex Ilva che difficilmente potrà essere guidata verso il risanamento – seppur con un perimetro ridotto – da un fondo speculativo. Uno snodo delicatissimo, anche perché difficilmente un operatore siderurgico classico potrebbe accettare di correre i rischi finanziari, giudiziari e imprenditoriali di una partita che è iniziata nel 2012 e che si è avvolta su sé stessa producendo uno dei maggiori dissesti economici, sociali e politici della storia italiana. Per non parlare del costo dell’energia, che rimane un elemento – fondo americano o cavaliere bianco italiano – da trattare con i guanti, perché con le tariffe attuali del gas e con la scarsa infrastrutturazione di Taranto (il no al rigassificatore) sarebbe impossibile attivare impianti per il preridotto con cui alimentare gli ipotetici forni elettrici.La scelta dell’offerta migliore non chiude la partita dell’ex Ilva, semmai apre una nuova fase nella quale, oltre alla trattativa specifica con l’investitore, andrà recuperato il rapporto con i sindacati. L’ultimo confronto al Mimit delle scorse settimane si è infatti chiuso male. Quello che i commissari e il ministro Urso hanno presentato come “piano corto”, sostenendo che non c’è nessun aumento di cassa integrazione – confermata per le 4.450 unità iniziali senza balzare a 6.000 – e che l’obiettivo è fare manutenzioni non più rinviabili agli impianti, è respinto dalle sigle metalmeccaniche. Per le quali questo piano porta solo alla chiusura degli stabilimenti a marzo.Sono quattro le richieste che i vertici di Fim, Fiom e Uilm rinnovano in queste ore. Prima di tutto riprendere il negoziato a Palazzo Chigi con la regia della premier Giorgia Meloni. In secondo luogo, ritirare il “piano corto” e dare garanzie sulla continuità dell’azienda dove peraltro stanno finendo le risorse. Quindi, riprendere nei tempi e nei modi il piano di decarbonizzazione discusso in estate con il Governo: tre forni elettrici a Taranto, uno a Genova, e quattro impianti di Dri (preridotto) a Taranto. Infine, mettere in pista un intervento pubblico per l’ex Ilva per attuare la decarbonizzazione: il pivot identificato, per il quale sarebbe allo studio una norma specifica, sarebbe Invitalia.Intanto, l’ex Ilva chiude il 2025 con 2 milioni di tonnellate di produzione, già raggiunte a metà mese. Si è registrato lo stesso livello produttivo del 2024 poiché da gennaio ad aprile la fabbrica ha marciato con due altiforni, l’1 e il 4. L’1 è stato poi fermato a maggio per il sequestro conseguente all’incendio di una tubiera. Inoltre, con le manutenzioni a metà gennaio saranno fermate e messe in preriscaldo, presumibilmente per due mesi, le batterie coke 7, 8 e 12. In quest’arco di tempo il coke sarà acquistato all’esterno e si faranno degli interventi sugli impianti di gas collegati alle batterie. Intorno al 20 gennaio tornerà operativo, dopo una lunga fermata, l’altoforno 2 e sarà fermato il 4 per lavori. I due altiforni torneranno poi in marcia insieme. Intanto, si attende il responso della Procura di Taranto sull’istanza di dissequestro dell’1 presentata dall’azienda. Si calcola che, dal dissequestro, ci vorranno poi almeno sei-sette mesi per riavere l’impianto in marcia.











