Storie Web martedì, Agosto 4

Il governo Meloni – in particolare Palazzo Chigi – chiede uno sforzo straordinario alle imprese italiane. Le imprese italiane non si sottraggono – perlomeno – a una lettura accurata del nuovo dossier Ilva. Il livello di attenzione dell’esecutivo è molto alto, tanto che ieri si è tenuta nella prima serata una nuova riunione fra i ministri.

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Oggi il governo vede i sindacati. Domani – probabilmente in due round – il governo incontrerà le imprese interessate a piccole parti dell’ex Ilva e, poi, i vertici della rappresentanza e delle aziende più strutturate, a cui appunto Chigi chiede di verificare le condizioni per la formazione di una cordata nazionale. Domani a colloquio con il governo dovrebbero esserci il presidente di Viale dell’Astronomia Emanuele Orsini, il presidente di Federmeccanica Silvano Simone Bettini, il presidente di Federacciai Antonio Gozzi (e il numero uno prossimo venturo degli acciaieri, Alessandro Banzato).

Gli industriali italiani – con l’eliminazione dal tavolo, operata dalla magistratura di Milano, dell’area a caldo è finita anche la paura di fare la fine dei Riva – si preparano all’incontro di domani con la disponibilità – dicono all’unisono gli imprenditori interpellati dal Sole 24 Ore – ad analizzare le nuove condizioni di contesto.

La prima questione riguarda il nuovo bando che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha annunciato per settembre, tagliando le ali – anche con risposte formali – sotto il profilo regolamentare e di policy agli indiani di Jindal che hanno chiesto con insistenza in questi giorni di non considerare superata la vecchia gara che prevedeva l’area a caldo, messa però fuori perimetro dalla magistratura di Milano. La seconda questione – con il profilo di un forno elettrico e di una consistente attività di laminazione – riguarda l’approvvigionamento delle materie prime per la laminazione (bramme per Taranto e coils per Novi Ligure e Cornigliano), che sono oggi sottoposte a crescenti blocchi doganali nella loro importazione dall’estero. La terza questione è il tema dei soldi pubblici. Per fare l’impianto del Dri serve un miliardo di euro, contenuto all’inizio in una società veicolo controllata da Invitalia e adesso sceso a 800 milioni di euro: mancano 200 milioni e peraltro la cifra rimanente è stata ridestinata, nell’ultimo decreto Pnrr, per generiche opere di decarbonizzazione. Gli imprenditori hanno poi chiaro che ci sono 570 milioni di euro di contratti di sviluppo. Ma sanno anche che sono oggi vincolati ad attività di area a caldo (per esempio l’altoforno 5) che non esisteranno più. Inoltre, sanno anche che la meccanica dei contratti di sviluppo di solito prevede un 60 per cento di soldi privati e un 40 per cento di soldi pubblici.

Ieri, intanto, si sono svolte otto ore di sciopero indette dalle sigle sindacali Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm e Usb. La partecipazione non si è limitata agli addetti dell’acciaieria, ma ha coinvolto anche – in maniera significativa – i lavoratori delle imprese appaltatrici e dell’indotto. Durante lo sciopero, dai manifestanti è stata occupata per un’ora la Statale 7 che passa davanti al siderurgico di Taranto. E oggi i sindacati vanno appunto al Mimit per il primo dei quattro incontri che il ministro Adolfo Urso ha convocato sull’acciaieria. Nella riunione, annunciano i sindacati, «porteremo le proposte di misure straordinarie per la continuità occupazionale e salariale insieme all’estensione dei benefici previdenziali da amianto, al prepensionamento, ai lavori usuranti e all’incentivo all’esodo».

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