La Corte di Giustizia Europea nega ad Acciaierie d’Italia, ex Ilva, la possibilità di beneficiare delle agevolazioni previste per le aziende energivore, cioè con alto consumo di elettricità o di gas. La Corte, che ha sede a Lussemburgo, osserva che in materia di aiuti al salvataggio, la Commissione Europea ha volontariamente autolimitato il proprio potere discrezionale in merito alla compatibilità degli aiuti di Stato. Di conseguenza, qualsiasi deroga a tali regole costituirebbe una violazione dei principi generali del diritto, in particolare quelli di parità di trattamento e di tutela del legittimo affidamento.
No alle agevolazioni, ci sono già aiuti per il salvataggio
La Corte rileva quindi che l’Italia si è limitata ad allineare la propria normativa in materia di aiuti di Stato a favore dell’energia, alle prescrizioni della disciplina della Commissione Europea in materia di aiuti di Stato a favore del clima, dell’ambiente e dell’energia. Disciplina secondo la quale gli aiuti per l’energia non devono essere concessi a imprese in difficoltà alla luce degli orientamenti in materia di aiuti al salvataggio. Per la Corte, un’impresa in amministrazione straordinaria – e Acciaierie lo é da febbraio 2024 e prim’ancora, a gennaio 2015, anche Ilva é stata messa in amministrazione straordinaria – è una “impresa in difficoltà” in base al diritto dell’Unione Europea e questo determina una procedura concorsuale subordinata alla preliminare constatazione dello stato di insolvenza della stessa impresa, situazione che spetta al giudice del rinvio (in questo caso il Tar della Lombardia) verificare. Inoltre, per la Corte di Giustizia il fatto che le procedure concorsuali di insolvenza previste dalle legislazioni degli Stati membri perseguano l’obiettivo di ripristinare la redditività economica delle imprese interessate, non rimette in discussione il fatto che tali imprese siano imprese in difficoltà in base agli orientamenti sugli aiuti al salvataggio. E gli aiuti a favore dell’energia non possono essere confusi con gli aiuti al salvataggio, avendo quest’ultimi obiettivi diversi. La Corte di Giustizia ricorda quindi che né la stessa Corte, né il Tribunale risolvono la controversia nazionale. Spetta invece al giudice nazionale risolvere la causa conformemente alla decisione della Corte o del Tribunale.
AdI non ha mai ricevuto i benefici per l’energia
Da fonti vicine ad Acciaierie d’Italia si apprende che il ricorso sul quale ora ha deciso la Corte di Lussemburgo, è stato promosso a febbraio 2025 davanti al Tar della Lombardia per vedere se AdI riusciva ad ottenere delle agevolazioni in materia energetica. Dal Tar, la questione é stata poi trasferita alla Corte Europea per verificare la compatibilità della richiesta dell’azienda con le norme generali sugli aiuti di Stato. E adesso la Corte ha deciso negativamente. Peraltro, AdI queste agevolazioni non le ha mai avute. Aveva cercato di ottenerle sulla scorta dell’interpretazione delle norme europee alla luce dei provvedimenti italiani.
Il ricorso presentato contro Csea
Il ricorso dell’anno scorso é stato effettuato contro la Cassa per i servizi energetici e ambientali (Csea). Al Tar, AdI chiesto di annullare l’atto Csea del 17 dicembre 2024: “Definitivo rigetto dell’istanza per la partecipazione al meccanismo per le imprese a forte consumo di energia elettrica presentata in data 14/112024 – annualità 2025”. Per Csea, Acciaierie deve ritenersi “impresa in difficoltà” ai sensi degli orientamenti sugli aiuti in materia. A sua volta, AdI ha replicato affermando che gli orientamenti sugli aiuti alle imprese in difficoltà vogliono solo “impedire che le agevolazioni vadano a beneficio di imprese di cui è altamente incerta la capacità di prosecuzione dell’attività aziendale” e che “l’interpretazione proposta dalla Csea non trova riscontro nei precedenti che hanno sempre ammesso le imprese in amministrazione straordinaria ad agevolazioni di varia natura (ad esempio in materia di crediti d’imposta)”. Inoltre, si dice nel ricorso, una sentenza del 2024 del Tar Lombardia “non ha escluso la legittimità delle agevolazioni per gli energivori riconosciute in anni passati ad Ilva S.p.A., anch’essa in amministrazione straordinaria, nonostante il quadro normativo previgente fosse sostanzialmente coincidente con quello attuale”.
Ma per AdI ora la partita in gioco é ben altra
Ora la pronuncia della Corte di Giustizia Europea non é che cambi qualcosa per Acciaierie d’Italia avendo la società altri, ben più complessi problemi. La prosecuzione dell’attività é infatti condizionata alle pronunce della Corte d’Appello di Milano il 30 settembre e della Corte di Cassazione il 20 ottobre. Ai giudici di Milano, Ilva e AdI hanno infatti avanzato una nuova istanza di sospensiva sul decreto di fermata dell’area a caldo (decreto adottato dalla stessa Corte d’Appello il 27 luglio con scadenza 90 giorni, quindi 26 ottobre) alla luce del fatto che la Suprema Corte ha già fissato l’udienza sul caso. La Cassazione dovrà infatti esprimersi sulle richieste delle due società circa l’annullamento del decreto di luglio. Tuttavia, quand’anche la Corte d’Appello dovesse sospendere il decreto sulla fermata – un primo no, con il rigetto delle istanze societarie, è stato già espresso l’11 settembre dalla stessa Corte -, gli impianti dell’area a caldo comunque dovranno fermarsi. E stavolta non perché lo ordinano i giudici, ma perché le materie prime per la produzione sono finite. C’é una data che in proposito indicano i sindacati: 8 ottobre. È il giorno in cui i minerali finiranno. Che AdI non ha più ordinato dopo il decreto sulla fermata. Dopodiché gli impianti ancora in marcia – é in attività un solo altoforno, il 2 – dovranno essere messi in preriscaldo. Cioè non produrranno ma saranno tenuti al minimo vitale. Questo sino a quando non arriveranno le nuove materie prime. Che vengono via nave dall’estero. Ma se gli ordini di acquisto potranno essere lanciati, lo si vedrà solo dopo i due prossimi passaggi giudiziari.












