Ets, nel prossimo consiglio europeo del 19 e 20 marzo si parlerà di riforma del sistema di scambio delle quote di emissioni dell’Ue finalizzato alla decarbonizzazione dei settori maggiormente energivori (come elettricità, cemento, acciaio, alluminio, ceramica, vetro, chimica, poi anche aviazione).

L’Italia è tra i governi più attivi nel chiederne una sospensione, oltre a una revisione più ampia. E il decreto Bollette ne prevede la sterilizzazione sul prezzo dell’energia prodotta da termoelettrico (se Bruxelles darà via libera). L’impatto sulle imprese è infatti sia diretto, rappresentato dai permessi che ciascun impianto deve acquistare a seconda di quanta CO2 produce, che indiretto, cioè incorporato nel costo dell’elettricità usata (la cui produzione da gas impone l’acquisto di permessi), per cui esistono già forme di compensazione. Ma quanto pesa questo meccanismo sull’industria italiana? E come è cambiato nel tempo?

La crescita dei prezzi

Il prezzo dei permessi Ets è aumentato negli ultimi anni: pari a 5,4 euro medi per tonnellata di CO2 nel 2015 è salito gradualmente (16 euro nel 2018, 25 nel 2020, 81 nel 2022) fino a toccare gli 84 medi nel 2023 (con punte giornaliere in zona 100) per poi scendere a quasi 65 nel 2024 e stabilizzarsi sui 74 euro nel 2025. Secondo Confindustria, nel 2025 il peso dell’Ets sulla borsa elettrica è stato stimabile in 29,5 euro al MWh, dai 26 del 2024. Come certifica il Gse nell’ultimo report (il prossimo è atteso a breve) nel 2024 i proventi dell’Ets in Italia sono stati 2,6 miliardi di euro: da novembre 2012 (inizio delle aste delle quote di emissione, poi a pieno regime dal 2013) al 2024, il Gse ha collocato 768,2 milioni di Eua (European Union Allowances) ricavando 18 miliardi di euro.

«Il sistema Ets è nato con lo scopo di sostenere la decarbonizzazione dell’industria europea ma si sta rivelando una fonte di speculazione finanziaria e di extra-costi sull’energia elettrica», spiega Aurelio Regina, delegato del presidente di Confindustria per l’Energia. «Tutti gli sforzi che poteva fare l’industria per decarbonizzare – continua – sono stati fatti in questi ventitré anni di vigenza del meccanismo. Nei prossimi anni non ci saranno tecnologie mature e disponibili, per cui l’Ets rischia solo di alimentare la delocalizzazione produttiva. L’applicazione dell’Ets è ormai anacronistica rispetto all’evoluzione geopolitica che stiamo vivendo, risultando nei fatti una minaccia alla competitività e alla sicurezza europea. Per questi motivi ne sosteniamo con forza l’immediata sospensione».

La ceramica

«Nel quinquennio 2026-2030, il costo della CO2 stimato equivale a circa la metà degli investimenti annui del comparto ceramico», aggiunge Augusto Ciarrocchi, presidente di Confindustria Ceramica. «Il settore delle piastrelle – sottolinea – negli ultimi dieci anni ha investito in media 400 milioni di euro l’anno, circa 4 miliardi complessivi, pari al 6,9% del fatturato medio annuo». Nomisma Energia (in uno studio precedente alla guerra in Iran), stimava i costi medi annui della ceramica per l’Ets pari a circa 130 milioni di euro nel periodo 2021-2025, attesi a 190 nel 2026-2030 e a 225 nel 2031-2035. L’estrema volatilità attuale rende difficile comprovare le stime.

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