Sul fronte opposto allo sciame di start up private che ronzano attorno all’energia da fusione si muove il pachiderma della ricerca pubblica, guidato dal mega-programma Iter, il più grande progetto di ricerca della storia, in cui 34 nazioni (27 membri dell’Ue più Cina, India, Giappone, Corea, Russia, Usa e Svizzera) lavorano nel Sud della Francia a un gigantesco reattore da 25 miliardi di dollari, che è da poco entrato nella terza fase, quella delle costruzione del tokamak, con la prospettiva di generare il primo plasma nel 2033, dopo una serie di gravi ritardi. La macchina di Iter ha un diametro di 28 metri, è alta altrettanto ed è il risultato del lavoro di 3.500 ricercatori, a cui l’Ue contribuisce per oltre il 50% in termini di fondi e componenti, ma non è progettata per produrre energia elettrica da mettere in rete.
Un compito assegnato invece alla prossima generazione di macchine, chiamate Demo, che si profilano come gli eredi di Iter e attorno a cui si stanno già disegnando delle alleanze a geometria variabile, in linea con lo spirito dei tempi post-globalizzati.
Il centro di Frascati
In Italia, nel centro ricerche Enea di Frascati, è già partito il cantiere per il Divertor Test Tokamak (Dtt), progettato per essere in grado di resistere ai livelli di scarico termico di un futuro reattore a fusione di classe Demo. «Come componente che estrae le ceneri di elio dalla camera al plasma del tokamak, un divertore in ambiente Demo dovrà sopportare un flusso di calore enorme, di 60 megawatt al metro quadrato, ovvero tre volte superiore a quello che possono sopportare i divertori progettati per Iter», spiega Francesco Romanelli, presidente del consorzio Dtt e docente di Fisica dell’energia nucleare a Tor Vergata. Sviluppare un divertore in grado di resistere ai flussi di calore presenti solo sulla superficie delle stelle richiede lo sviluppo di un centro di test che spingerà i limiti della scienza moderna e che quindi dev’essere costruito da zero.
«La partenza delle opere civili è prevista nel secondo semestre del 2026. In complesso, la costruzione del Dtt coinvolgerà la realizzazione di 150mila metri cubi di strutture tecnologicamente avanzate con un budget complessivo di 650 milioni di euro, di cui quasi la metà è già impegnata in contratti», precisa Romanelli.
Quali partnership?
La grande novità è che a quest’opera non partecipano solo partner pubblici – come l’Enea, il Cnr, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, varie università e centri di ricerca – ma anche un partner privato, l’Eni. Romanelli ritiene che «una partnership pubblico/privata sia il modello migliore per portare avanti in maniera efficace la ricerca sulla fusione». Raggiungere questo obiettivo non è stato un compito facile, ma si è reso necessario si fronte alla corsa alla fusione innescata negli ultimi anni dall’industria privata, che ormai si sta muovendo più velocemente della ricerca pubblica. «I ricercatori accademici puntano alla soluzione perfetta, mentre l’industria privata vuole arrivarci il più velocemente possibile, con qualcosa che potrebbe non essere perfetto, ma che funzioni», chiosa Romanelli. E’ tempo, dunque, di coinvolgere anche i privati in questa sfida a guida pubblica, per traghettare la fusione verso risultati applicabili sul piano commerciale, pur mantenendo vivo lo spirito di cooperazione internazionale.











