Storie Web domenica, Agosto 2

Le imprese emiliano-romagnole non smettono di investire, ma nel 2026 alzano il piede dall’acceleratore. Dopo i 690 milioni messi in campo nel 2025, i programmi per quest’anno si fermano a 611 milioni, l’11% in meno. Non è una ritirata, quanto una frenata ragionata: le aziende non rinunciano a innovare, ma selezionano di più, rinviano qualche progetto e misurano con maggiore attenzione il rischio. È questo il messaggio centrale dell’indagine annuale di Confindustria Emilia-Romagna, costruita su 329 imprese per 17,7 miliardi di fatturato. Ci sono poi altri due punti chiave: l’anno scorso gli investimenti hanno assorbito in media il 4,9% del fatturato (di poco inferiore al 5,3% del 2024); nel 2026 investirà ancora l’86% delle società. «In questo scenario le aziende dell’Emilia-Romagna continuano ad investire per rafforzare la propria competitività» ha sottolineato Riccardo Fava nella sua prima uscita pubblica da presidente regionale degli industriali, che sarà affiancato da Enrico Aureli e Nicola Parenti come vice presidenti, presentati ieri.

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Tornando ai numeri, la discesa degli importi nella programmazione 2026 racconta situazioni molto diverse. Le piccole imprese aumentano del 6% gli investimenti, quasi costrette dalla loro stessa natura a non interrompere il rinnovamento. Le medie arretrano, mentre le grandi riducono la spesa del 18%. Ma il dato va letto con cautela: i grandi gruppi non realizzano ogni anno operazioni eccezionali e i loro cicli di investimento sono più discontinui. A pesare sono anche i segnali dei settori maggiormente esposti. La ceramica di Sassuolo ha già chiarito che ogni euro in più destinato agli Ets rischia di tradursi in un euro in meno per lo sviluppo. A frenare le decisioni sono soprattutto l’incertezza geopolitica, indicata dal 35,6% delle imprese, la burocrazia e una domanda difficile da prevedere. Per le medie imprese il peso degli adempimenti è ormai il principale ostacolo; per le grandi, invece, il nodo più grave è trovare competenze adeguate. «Il capitale umano assume una valenza sempre più strategica» osserva il presidente regionale di Confindustria, perché «la capacità di attrarre, formare e trattenere talenti sarà uno dei principali fattori competitivi dei prossimi anni».

Le priorità, tuttavia, restano nitide. Le imprese continuano a puntare soprattutto su macchinari (72% del campione), software (64%) e formazione (63%), mentre acquistano peso digitalizzazione, ricerca e competenze. È il segno che l’investimento industriale non coincide più soltanto con il capannone o la linea produttiva, ma con un intreccio sempre più stretto tra capitale fisico, tecnologia e persone. È qui che emerge invece il ritardo delle più piccole, ancora poco presenti nei progetti di ricerca, sostenibilità e innovazione digitale. «Una fragilità che rischia di allargare il divario di produttività interno al sistema regionale» avverte Fava. Il fattore semplificazione diventa quindi. Confindustria propone alla Regione uno «shock burocratico» con il taglio del 30% dei tempi autorizzativi nelle procedure.

È una proposta ambiziosa, quasi provocatoria, e «sarebbe un risultato importante per dare una spinta agli investimenti» insiste il presidente. Il giudizio sulla Regione non è però soltanto critico. «Riconosciamo il valore del percorso compiuto con il Patto per il lavoro e per il clima e dello sblocco del Passante di Bologna», ma il lavoro è ancora lungo: dalla Cispadana, ritenuta decisiva per lo sviluppo industriale di una parte della regione, alle infrastrutture e all’energia. «Perché non è questo il momento per rallentare».

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