Questa non è una recensione. Sono dieci sudatissime ore di gioco che non sono bastate neppure per avere una fotografia mossa di quello che è oggi Marathon, quello che da tutti è atteso come il grande ritorno di una delle serie storiche di Bungie per PlayStation, che ha debuttato a inizio marzo.
Non è una recensione perché, come hanno chiesto gli stessi sviluppatori, il gioco non è ancora a posto: i server hanno fatto le bizze nei giorni di apertura. Ma anche perché nel 2026, dopo i fallimenti di Concord e Highguard, è complicato valutare in modo lucido i live service. Parliamo di una categoria di videogiochi che vivono per anni grazie ad aggiornamenti continui, stagioni e microtransazioni, ma che nel tempo sembra conquistare sempre meno consensi soprattutto tra i più giovani. Ricordiamo che Sony acquisì Bungie nel 2022 per circa 3,6 miliardi di dollari proprio perché voleva a tutti i costi l’esperienza dello studio di Seattle nei giochi «live service».
Al tempo stesso, chi vi scrive è stato un fan della prima ora di Destiny, l’ultimo grandissimo successo di Bungie di cui Marathon raccoglie l’eredità. Poste tutte queste premesse, che vogliono essere l’espressione di una fragilità di fondo nel valutare il gioco, Marathon non mi ha convinto ancora ma mi ha intrigato come pochi videogiochi negli ultimi anni.
Non è più il vecchio sparatutto narrativo degli anni Novanta a cui ero legatissimo: è diventato un extraction shooter multiplayer, cioè un gioco competitivo in cui piccoli team entrano in una mappa, recuperano risorse e cercano di uscire vivi mentre altri giocatori fanno lo stesso. Un genere di nicchia, ma oggi molto ambito perché può sostenere modelli di business «game as a service».
Cosa abbiamo capito finora.
Nel gioco interpreti un Runner, una specie di mercenario cibernetico che esplora una colonia abbandonata sul pianeta Tau Ceti IV. Ogni Runner ha abilità diverse. Alcuni sono più veloci, altri più resistenti o specializzati nel combattimento a distanza. La scelta del Runner cambia molto il modo di giocare, perché Marathon non premia chi spara di più ma chi gestisce meglio informazioni, posizione e fuga.













