C’è un’altra direttiva europea che punta a rafforzare la parità di trattamento fra i sessi e ha avuto un percorso parallelo (almeno cronologicamente) a quella sulla trasparenza retributiva. È la direttiva Ue 2022/2381, conosciuta come «Women on boards directive». Prevede che entro il 30 giugno 2026 (data prevista per il recepimento da parte dei Paesi membri), nelle grandi società quotate il genere meno rappresentato debba occupare almeno il 40% dei posti di amministratore senza incarichi esecutivi, o almeno il 33% del totale degli amministratori (esecutivi e non). Il monitoraggio curato da Ius Laboris – alleanza internazionale di specialisti in diritto del lavoro di cui lo studio legale Toffoletto De Luca Tamajo è tra i membri fondatori- rivela che 18 Paesi dell’Unione su 27 (il 67%) hanno già adeguato la loro normativa locale e sei sono in fase di implementazione. Solo tre Paesi (Lettonia, Malta Ungheria) non hanno avviato alcun intervento. Tra i Paesi che hanno già applicato i contenuti della direttiva c’é l’Italia, che da tempo aveva adottato una normativa ritenuta idonea a soddisfare gli obiettivi dell’Unione europea. La legge Golfo-Mosca (120/2011) aveva introdotto l’obbligo per le società quotate e a controllo pubblico di riservare almeno un terzo dei posti nei board al genere meno rappresentato. Un quadro rafforzato con la legge di Bilancio 2020 (160/2019, articolo 1, commi 302 e seguenti) che ha elevato la quota al 40% e ne ha esteso l’applicazione a più mandati consecutivi. Secondo gli ultimi dati Consob, a fine 2024 la quota degli incarichi di amministratore ricoperti da donne era stabile al 43%, un valore superiore alla richiesta di due quinti dei posti, prevista dalla legge 160/2019.
«Le due direttive sulla trasparenza salariale e sul gender balance nei board – spiega l’avvocata Ornella Patané, partner di Toffoletto De Luca Tamajo – così come la normativa sulla certificazione della parità di genere e l’obbligo del Rapporto biennale sulla situazione del personale, corrono su binari paralleli ma forse servirebbe una regia comune per coordinare tutti questi interventi. Si tratta di norme che spingono le aziende a rivedere i propri modelli organizzativi e offrono un’opportunità di ammodernamento. Va comunque sottolineato – aggiunge Ornella Patané – che il decreto di recepimento della direttiva sulla trasparenza salariale varato dal Governo presenta alcuni aspetti divergenti rispetto al testo della direttiva».
