Costerà 3,1 miliardi in dieci anni il lungo cammino della liquidazione dei dipendenti pubblici verso il ritorno, parziale, a una condizione ordinaria: in cui la buonuscita arriva subito dopo il pensionamento, senza le attese imposte a partire dalla crisi di finanza pubblica del 2010-11.
Intervento a metà
È una cifra largamente inferiore alle somme ciclopiche scritte nelle stime portate dall’Inps alla Consulta nel ricco contenzioso sul tema, che calcolavano fino a 15,6 miliardi da dedicare alla cancellazione immediata dei meccanismi dilatori oggi in vigore. Ma attenzione: la manovra, in linea con l’antipasto servito lo scorso anno, si occupa esclusivamente dei pensionamenti di vecchiaia. E anche così genera un costo gestibile solo in un percorso lento: nella speranza che sia sufficiente a fermare la tagliola dell’incostituzionalità, che imporrebbe un intervento immediato a tutto campo riportando in gioco i maxi costi indicati dall’Istituto previdenziale.
Il nuovo meccanismo
Proprio dalle plurime sollecitazioni dei giudici delle leggi nasce il superamento, progressivo e parziale, della liquidazione a rate nella Pa. La nuova regola, come spiegato sul Sole 24 Ore di sabato scorso, si muove in due tempi: nei primi tre anni, a partire dal 2028 per assenza di margini sul 2027, riduce di tre mesi all’anno il tempo che passa dal pensionamento all’accredito della prima rata della buonuscita, già alleggerito da 12 a 9 mesi dalla scorsa legge di bilancio. Dal 2031 passa poi a occuparsi della soglia di importo, oggi a 50mila euro, oltre la quale scatta la rateizzazione, alzando il tetto alla tranche iniziale di 10mila euro all’anno fino a cancellarlo dal 1° gennaio 2035. A quel punto, i pensionati per raggiunti limiti di età o servizio si vedranno riconoscere la liquidazione subito, come i dipendenti del settore privato. Gli altri no.
Verdetto finale il 14 gennaio
Di chi abbandonerà l’ufficio per anzianità, o magari perché trova lavoro nel settore privato, la manovra tace. E lascia quindi inalterato il calendario attuale, che in questi casi fa attendere 24 mesi per la prima rata e liquida poi la buonuscita a puntate annuali dal valore massimo di 50mila euro l’una, fino alla terza che chiude i conti a prescindere dall’importo. Questi trattamenti di fine servizio superiori a 100mila euro continueranno quindi a farsi aspettare per cinque anni (spesso allungati da altri intoppi amministrativi).
Le nuove regole torneranno sui tavoli della Corte costituzionale il 14 gennaio, data in cui è stata fissata l’udienza finale sul tema proprio per dare al Governo il tempo di intervenire. Quel giorno si capirà se le contromisure della legge di bilancio saranno sufficienti a evitare una dichiarazione di incostituzionalità che, senza interventi, sarebbe stata inevitabile.
Equilibrio delicato
La questione è infatti in bilico da molto tempo. Già nel 2019 (sentenza 159) i giudici avevano sottolineato l’urgenza di rivedere una normativa «non priva di aspetti problematici». Nel 2023 (sentenza 130) erano tornati sul tema, chiedendo «un intervento riformatore prioritario». Che però non è arrivato, fino all’ultimatum del 5 marzo scorso (ordinanza 25), che ha dato appuntamento al 14 gennaio 2027, quando arriverà il verdetto finale. Lì i giudici saranno chiamati a muoversi su un equilibrio delicato. Perché la buonuscita, a prescindere dalla causa di uscita dal lavoro, è sempre retribuzione differita, e gode delle tutele costituzionali dell’articolo 36; ma le decisioni non possono disinteressarsi di un altro bene costituzionale cruciale, rappresentato dall’equilibrio dei conti pubblici.
