Storie Web martedì, Ottobre 27

Un quadro articolato di luci e ombre, dominato dal passaggio alla nuova disciplina europea della rendicontazione e da alcune tendenze controcorrente. Il sesto Rapporto sulla corporate governance, curato da Massimo Belcredi e Stefano Bozzi per il Centro di ricerca Fin-Gov dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, traccia un quadro dettagliato delle questioni di corporate governance.

I nodi principali

I nodi principali che emergono dal dibattito riguardano la prima contrazione della quota di compenso variabile dei vertici legata a parametri Esg, i deficit di trasparenza sui pesi dei singoli target di sostenibilità, la persistenza del divario retributivo di genere (gender pay gap) sia tra i dipendenti sia nella dirigenza, e le complessità metodologiche legate al calcolo delle emissioni Scope 3 e alla sicurezza nei luoghi di lavoro.

Ricollegandosi al primo tema richiamato nell’inquadramento iniziale, ovvero il legame tra incentivi dei manager e parametri Esg, come rileva espressamente Bozzi nelle sue slide, «la quota di remunerazione legata a obiettivi Esg è per la prima volta in leggero calo». Esaminando il livello di dettaglio fornito dalle aziende ai sensi del nuovo regolamento europeo emerge che, sebbene l’87% delle società con target Esg nei piani Mbo (gestione per obiettivi) comunichi le macro-aree e il loro peso complessivo, solo il 41% dichiara i pesi dei singoli obiettivi. A questo proposito, Bozzi evidenzia che «la disclosure per i singoli obiettivi e il loro peso individuale è ampiamente migliorabile». Tra le metriche prescelte si nota la priorità accordata al clima: la riduzione delle emissioni di gas serra è il parametro più frequente sia nei piani brevi Mbo (40% dei casi) che in quelli a lungo termine Lti (48% dei casi, affiancato al 29% per Diversity & Inclusion).

Il gender pay gap

Riprendendo il tema del gender pay gap e dell’impatto sociale i dati mostrano un quadro in cui la maggiore trasparenza complessiva sul personale (dove le donne rappresentano il 36% del totale, ma solo il 21% dei dirigenti) si scontra con divari salariali strutturali. Sintetizzando il dato empirico sui compensi, Bozzi sottolinea che la «remunerazione donne = 84% uomini, sia per dipendenti che per dirigenti». Mentre la quasi totalità delle imprese comunica il divario retributivo a livello generale, la trasparenza sulle posizioni dirigenziali resta limitata (disponibile o ricostruibile solo nel 35% dei casi) a causa della natura volontaria dell’informativa prevista dalla normativa sui vertici. Sempre sul versante sociale, i dati sulla sicurezza sul lavoro previsti dai nuovi standard Rds, registrando una media di 6,25 infortuni per milione di ore lavorate (in calo dai 6,8 dell’anno precedente), con fortissime oscillazioni settoriali che vanno da 1,02 nell’energia a 14,8 nel commercio al dettaglio.

Relazioni di sostenibilità

Fin-Gov descrive l’impatto dell’adozione della Direttiva Csrd, che ha reso le Relazioni di Sostenibilità (Rds) più sintetiche e leggibili rispetto alle vecchie Dnf. La disclosure sui consumi energetici sfiora la totalità degli emittenti (98%), con la quota di energia da fonti rinnovabili salita al 35% medio (con punte del 45% nelle grandi società e del 51% nel settore finanziario). Sul fronte delle emissioni di CO2, la quasi totalità delle aziende (90%) disaggrega i dati secondo il GHG Protocol, mostrando un calo delle emissioni totali da 11,9 a 9 milioni di tonnellate, con la componente indiretta lungo la catena del valore (Scope 3) che rappresenta l’87% del totale. Tuttavia, nel valutare l’effettiva portata di questa riduzione, Bozzi introduce un forte elemento di cautela nelle sue slide, avvertendo che «l’interpretazione dei dati sulle emissioni richiede cautela». Bozzi spiega infatti che il calo è spesso legato a variazioni nelle modalità di rendicontazione, segnalando «casi di incremento esponenziale nelle emissioni, probabilmente dovuto a discontinuità nel calcolo delle Scope 3» e il persistere di «rischi di double counting nel calcolo delle emissioni Scope 3».

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