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Notiziario

In Europa il 70% delle aziende si dichiara impreparato ad affrontare un possibile aumento dei dazi nei prossimi 12-24 mesi. L’80% sta rivedendo o sta valutando di rivedere le proprie previsioni a causa delle preoccupazioni legate ai dazi. Negli anni passati, molte imprese non hanno incluso il rischio politico tra i fattori decisionali nella gestione della supply chain e il 75% delle aziende prevede un aumento dei prezzi dei fornitori tra il 5% e il 20% nel breve periodo, spinto soprattutto da dazi e inflazione. Il 40% stima un rincaro superiore al 10% sui costi dei prodotti. Di conseguenza, molte stanno rivalutando le proprie strategie di procurement, rafforzando i rapporti con i fornitori chiave e pianificando adeguamenti dei listini. In questo contesto, le negoziazioni con i fornitori diventeranno ancora più delicate nei prossimi mesi.

Flessibilità e resilienza

È quanto emerge da una recente analisi di Bain & Company, condotta su un panel di quasi 200 chief operating officer nel mondo. «È evidente che le aziende oggi non possono più permettersi di supply chain rigide e vulnerabili», commenta Andrea Isabella, senior partner e responsabile italiano Advanced Manufacturing & Services di Bain & Company. «Il 75% dei coo intervistati considera la flessibilità una priorità assoluta: ciò dimostra che molte imprese stanno finalmente ripensando i propri modelli operativi per affrontare un mondo in rapido cambiamento». Accanto alla flessibilità, la resilienza è considerata un’altra leva strategica imprescindibile: il 60% dei manager intervistati ritiene cruciale potenziare la capacità di risposta agli imprevisti per assicurare il successo nel lungo periodo.

Tendenza reshoring

Spiega Mattia Bernardi, Partner di Bain & Company: «Il 60% delle aziende sta valutando il reshoring per ridurre i rischi legati alla dipendenza da fornitori lontani. Tuttavia, si tratta di una scelta complessa, che comporta costi elevati e rischia di incidere sulla competitività di prezzo, specie in un contesto inflattivo e altamente competitivo».

Nel 2024, il 61% delle imprese ha dichiarato di voler ridurre la propria esposizione al mercato cinese, in aumento rispetto al 55% del 2022. Negli Stati Uniti, il 43% delle aziende prevede di trasferire parte delle attività fuori dalla Cina. Tra queste, il 53% punta su iniziative di nearshoring verso Paesi come gli Stati Uniti stessi e l’America Latina. Anche in Europa e Medio Oriente si osservano dinamiche simili: circa il 50% dei trasferimenti pianificati coinvolge attività in uscita dalla Cina o dagli Stati Uniti, con destinazioni preferite come l’Unione Europea, il Sud-est asiatico e, in parte, gli stessi Stati Uniti.

Le aziende italiane

Anche in Italia, le imprese stanno riconsiderando le proprie strategie di approvvigionamento alla luce del nuovo contesto globale. In particolare, le aziende manifatturiere – cuore dell’export nazionale – si trovano oggi di fronte a un bivio: da un lato, l’opportunità di rilocalizzare parte delle produzioni per guadagnare in controllo e reattività; dall’altro, la necessità di rimanere competitivi in termini di costi. «Il reshoring è un’opzione sempre più discussa anche in Italia», afferma Andrea Isabella: «Si tratta di un’opportunità enorme. Tuttavia, la sua attuazione richiede una politica industriale coerente, che preveda incentivi fiscali, investimenti infrastrutturali e il rafforzamento del tessuto produttivo locale. Senza questi elementi, è difficile attrarre o riportare a casa produzioni ad alto valore aggiunto».

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