Fatta la legge, trovato l’inganno. O meglio: una legge di livello nazionale che permette di “aggirare” quanto stabilito dalla Regione Lombardia. Stiamo parlando della norma, prima in Italia, sui data center, che la Lombardia ha approvato poche settimane fa con ampia maggioranza (e con un parziale sostegno anche delle opposizioni, che pure rivendicavano qualche imposizione più incisiva).
Il fatto è che mentre il consiglio regionale punta a disincentivare la costruzione di data center nelle aree rurali e nei parchi, aumentando i canoni a costruire del 200%, e lasciando poi ai Comuni il compito di stabilire eventuali varianti urbanistiche, il decreto Bollette di fatto autorizza la loro costruzione senza passare dalla Regione, appellandosi alla definizione di un «interesse nazionale» che il governo può concedere. In nome di questo «interesse» le aziende possono costruire i data center dove vogliono, e non è necessario ottenere una modifica urbanistica al Piano di governo del territorio locale. Pertanto pagheranno sì gli oneri in più, ma rispetto alla possibilità di avere uno snellimento burocratico, senza confronto con gli enti locali, per i grandi gruppi si tratta comunque di un problema minore.
Seguendo le possibilità concesse dalla norma nazionale inserita in tutta fretta dentro il decreto Bollette, ci sono già tre progetti in fase di richiesta autorizzativa. A Magenta, sull’area ex Novaceta, è in istruttoria un campus di potenza dell’ordine di 240 Megawatt. A Peschiera Borromeo, in località San Bovio, c’è il progetto Microsoft sull’area ex Postalmarket (che prevede tra l’altro, in base alla documentazione progettuale, l’esclusione del prelievo dalla falda potabile per il raffreddamento). A Bollate è in fieri un altro progetto, che ha avuto un iter complesso: il ricorso al Tar proposto da Legambiente, avverso gli atti comunali di assenso, è stato ritirato a seguito dell’accordo sulle misure compensative (fra cui un nuovo corridoio ecologico e l’ampliamento del Parco delle Groane).
Con il decreto Bollette i progetti dichiarati di «preminente interesse strategico nazionale», l’autorizzazione governativa produce direttamente effetti, andando a sostituire ogni altro provvedimento necessario e producendo l’effetto di variante agli strumenti urbanistici, oltre a valere come dichiarazione di pubblica utilità. Così per i grandi progetti strategici la pianificazione comunale può essere superata da questa sorta di disciplina speciale.
Quanto sta avvenendo mette in luce le contraddizioni che si sono create a livello normativo su questo tema, dovute alla mancanza di una visione unica. Il paradosso è che a creare questo loop normativo è stata la stessa maggioranza di centrodestra, che mentre in Lombardia ha tentato di limitare l’uso eccessivo del territorio, a livello nazionale crea una corsia accelerata.
