Storie Web domenica, Maggio 31

Cinque miliardi di euro, lo 0,47% degli impegni complessivi al netto delle spese per il personale, destinati a ridurre le disuguaglianze, sono solo un tassello del puzzle, certamente quello più vistoso. Il Bilancio di genere 2024 della Ragioneria generale del Mef, presentato il 27 maggio dalla sottosegretaria Lucia Albano in Commissione Bilancio della Camera, parte dalla riclassificazione dei conti pubblici e restituisce una fotografia molto più larga: lavoro, redditi, salute, pensioni, cura familiare, istruzione. Una mappa dei divari tra uomini e donne che continuano a frenare le seconde e che, in molti casi, si sommano lungo tutto l’arco della vita in una specie di curriculum alternativo fatto di ostacoli e maggiori carichi.

La contabilità

Il dato di bilancio resta il punto di partenza. Nel 2024 le spese direttamente destinate a ridurre le diseguaglianze di genere si fermano a 5,02 miliardi, pari allo 0,47% degli impegni complessivi classificati al netto del personale. Erano 4,31 miliardi nel 2023 e, secondo la traiettoria indicata da Albano, saliranno a 5,39 miliardi nel 2025 e a 6,41 miliardi nel 2026. Il salto atteso tra 2025 e 2026, pari a circa un miliardo, deriva in larga parte dal bonus mamme 2026. La misura finanziaria, però, va letta insieme al resto del dossier. Perché il Bilancio di genere, ha ricordato Albano, serve a misurare il «diverso impatto» delle decisioni di entrata e di spesa su uomini e donne. E proprio qui emerge il nodo: le politiche esplicitamente orientate alla parità crescono, ma restano una quota residuale. Il grosso del bilancio continua a stare altrove: 784,7 miliardi di spese classificate neutrali, 175,9 miliardi di spese sensibili al genere e 98,3 miliardi i cui effetti sono ancora da valutare.

Il lavoro

Il primo terreno in cui i divari mordono è quello del lavoro. Il tasso di occupazione femminile nel 2024, ci dice il Bilancio, arriva al 53,3 per cento, sopra i livelli pre-Covid. Nel 2025, ha indicato Albano, sale ancora al 53,8 per cento. Resta, però, lontano dalla media europea, al 66,2% nel 2024 e al 66,6% nel 2025. Lo scalino italiano tra occupazione maschile e femminile è di 17,8 punti nel 2024. È qui che si vede il peso della maternità: il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne tra 25 e 49 anni, con almeno un figlio in età prescolare, e quello delle donne senza figli è pari al 75,4%, in lieve miglioramento, ma ancora indicativo di una penalizzazione netta. Il dato si inserisce nel capitolo della conciliazione: «La retribuzione per i mesi di congedo parentale ha avuto un aumento dal 30% all’80%» e l’esito dell’incremento introdotto nelle prime tre leggi di bilancio del governo Meloni «è stato un utilizzo più marcato dello strumento», ha detto Albano.

Tra i fenomeni più oscuri c’è quello del part-time. Nel 2024 la quota è in diminuzione: il 46,1% delle lavoratrici part-time si trova, però, in questa condizione senza averla scelta. È un dato che pesa sui salari, sulla progressione di carriera e, più avanti, sulla pensione. Poco è cambiato anche sul versante dell’impresa: nel 2024 le imprese femminili sono il 22,2% del totale, con una presenza prevalente nei servizi. Il ricorso al Fondo di garanzia Pmi cresce appena dello 0,1 per cento, mentre imprenditrici e professioniste ricevono finanziamenti per circa 2,39 miliardi.

I divari socioeconomici

Anche la lettura delle dichiarazioni Irpef offre uno spaccato poco confortante utile a misurare il gap reddituale tra uomini e donne. «Nell’anno di imposta 2023, su oltre 42,5 milioni di contribuenti, il 47,7 per cento sono donne, una quota stabile dal 2019, ma il reddito complessivo da loro dichiarato rappresenta solo il 38,5 per cento», dice il dossier. Questo dato «segnala una persistente disparità di remunerazione tra uomini e donne, che si riflette anche nella minore imposta netta versata dalle donne, a causa della progressività del sistema fiscale».

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