Il settore dell’audiovisivo sta subendo una trasformazione silenziosa ma profonda in cui dati e l’intelligenza artificiale non sono più elementi accessori ma strumenti che ridisegnano l’intera filiera: dalle decisioni creative alla programmazione, fino alla distribuzione. Sull’argomento se ne è già discusso di recente a Roma, nella sede ANEC, durante un incontro dal titolo “Dati del cinema: strategie data-driven per distribuire, programmare e innovare”, promosso da CrewReel Services e l’Associazione Esercenti Cinema, da cui sono emersi tre nodi cruciali.

Il primo riguarda l’interoperabilità del dato. Tra incassi, presenze e profili socio-demografici oltre che ricerche qualitative, il cinema produce un’enorme quantità di informazioni spesso analizzate con metodologie differenti e non facili da confrontare, a tal proposito l’AI può svolgere un ruolo non indifferente. È Federica D’Urso, docente di Economia del Cinema e dei Media a La Sapienza, a spiegare: “L’impatto dell’AI sull’ecosistema audiovisivo si distingue dalle precedenti disruption digitali perché non riguarda solo i processi creativi o produttivi ma anche la capacità di leggere e connettere i dati del settore. Gli strumenti di intelligenza artificiale, infatti, permettono di estrarre insight molto più profondi e granulari, valorizzando informazioni spesso disperse o sottoutilizzate. Un vantaggio decisivo è l’interoperabilità: l’AI può far dialogare banche dati e fonti oggi frammentate, creando metriche condivise e panoramiche integrate. Questo rafforza la trasparenza dell’industria e abilita decisioni più strategiche. In altre parole, l’AI non sostituisce l’esperienza, ma ne amplifica la visione”. Va sottolineato quindi che il dato, da solo, non fornisce suggerimenti significativi poiché va mappato, integrato e interpretato: pertanto, senza una base comune, si corre il rischio di costruire decisioni su letture parziali e fuorivianti.

Il secondo tema è la chiusura del “funnel” che parte dalla promozione e si conclude con la vendita del biglietto. Attualmente chi promuove un film conosce notorietà e interesse del pubblico, mentre chi gestisce le sale misura la conversione, cioè quanti acquistano effettivamente il biglietto: unire i dati provenienti da queste due fonti permetterebbe campagne più precise e valutazioni più affidabili. Davide Novelli, Senior Vice President di Distribuzione Piper Film, sottolinea che la tecnologia deve servire a commettere meno errori e non a complicare la filiera, aggiungendo: “Dal punto di vista produttivo e distributivo la metrica fondamentale rimane il ROI dell’operazione lungo tutta la filiera di sfruttamento del prodotto: il finanziamento e il suo margine vengono realizzati nei diversi canali che compongono il mondo audiovisivo, dall’uscita theatrical ai passaggi in Home Entartainment, TVOD, SVOD, AVOD, FreeTV, oltre alla lunga vita che un film produce quando diventa parte di una library fino ad esaurimento dei diritti di distribuzione o d’autore. La recente comparazione tra finanziamento di un film e risultato nelle sale cinematografiche non tiene conto del mondo dell’audiovisivo nel suo insieme, che genera economia di scala molto più ampie: non si tratta di un equilibrio facile da ottenere e per questo il finanziamento pubblico del prodotto audiovisivo è necessario in quasi tutti i paesi del mondo a rendere sostenibile il mercato. Da un punto di vista promozionale, la ricerca di qualsiasi team di marketing o di programmazione è volta al raggiungimento e alla soddisfazione del cliente finale, misurati in termini di reach e engagement nei vari canali promozionali durante il lancio di un film. Lo scollamento tra chi promuove un film e chi lo programma nelle sale cinematografiche non consente purtroppo una diretta metrica di conversione di una campagna”; ad oggi, per esempio, catene come The Space Cinema già sfruttano, nel rispetto della privacy, i dati di acquisto per capire meglio la conversione e costruire campagne orientate alle vendite.

Da evidenziare infine, è il tema legato all’uso consapevole dell’intelligenza artificiale. Modelli predittivi e strumenti generativi accelerano le fasi creative e supportano la programmazione ma non possono sostituire la responsabilità editoriale: “La sala deve restare luogo di guida e sorpresa, non una bolla algoritmica” ha ricordato Carlo Rodomonti di ANICA mentre è Silvia Paonessa, CEO di CrewReel Services Srl, a commentare: “L’intelligenza artificiale è uno strumento, dipende da come scegliamo di usarlo. I modelli generativi tendono a ripetere ciò che conoscono: se ci limitiamo a seguirli passivamente, il rischio di omologazione è alto e reale. Ma se li integriamo in un processo creativo consapevole, l’AI può diventare un acceleratore di immaginazione. Il vero pericolo è diventare “automi creativi”, lasciando che lo strumento prenda il sopravvento sul pensiero. E invece credo che proprio oggi, con questi strumenti, possano emergere storie che prima non avevano spazio. Servono però direzione editoriale, coraggio creativo e nuove competenze capaci di unire visione artistica e alfabetizzazione tecnologica. Solo così l’AI non rischia di uniformare, ma libera nuove forme narrative. Nel mio lavoro vedo quanto l’AI possa semplificare i processi e liberare risorse ma il punto centrale resta sempre lo stesso: proteggere la voce creativa. L’automazione deve amplificare, non sostituire. Per riuscirci servono regole etiche, strumenti trasparenti e nuove competenze capaci di unire tecnica e visione. L’autore deve restare al centro, ma in un contesto che cambia: il suo lavoro va accompagnato, potenziato e reso adattabile all’evoluzione dell’industria”.

Il marketing dell’audiovisivo sta affrontando un’evoluzione che senza dubbio proseguirà nel tempo ma quali cambiamenti sono attesi e quali, probabilmente, da scongiurare? “Nel 2035, il cinema italiano avrà integrato l’AI generativa nella produzione sia per ottimizzare i costi sia per diversificare il tipo di prodotti. Il fantasy, lo sci-fi saranno generi realizzabili anche con budget ridotti. È da scongiurare un uso eccessivo ed indiscriminato nell’ideazione e nella scrittura. Il rischio è l’appiattimento e la banalizzazione imposta da modelli linguistici basati su storie già scritte e sulle soluzioni più statisticamente probabili. Il rischio di perdere originalità, profondità ed identità è alto. Dobbiamo evitare di creare film su misura per gli spettatori basandoci sui dati. il cinema deve sorprendere, far riflettere e non essere accondiscendente sul modello di ChatGpt” conclude sul tema Carlo Rodomonti, Presidente dell’Unione Editori e Digital Creator – ANICA.

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