Affinché uno strumento musicale possa suonare al meglio c’è bisogno che venga accordato. E qui siamo tutti d’accordo, ma c’è bisogno che questa accordatura, cioè quella delle singole corde, raggiunga una certa nota. Entrando un attimo nel campo dell’acustica, ogni nota corrisponde a una certa frequenza. Più è alta quest’ultima, più la nota sarà acuta (detta in modo sbagliato “alta”). Questo accade perché una nota non è altro che una frequenza, quindi una sinusoide, e più oscilla — quindi più si muove — più sarà acuta.
Ogni accordatore, che sia un’app o fisico, accorda la nota con la stessa frequenza. Prima però della tecnologia, o ancor prima del diapason inventato nel 1711 dall’inglese John Shore — cioè un piccolo strumento biforcato che, sbattuto e poi amplificato tramite una cassa armonica, emette un LA — le accordature per tutto il mondo occidentale erano diverse. Basti pensare alle numerose lettere che Mozart inviò al padre Leopold: durante uno dei suoi tour, mentre si trovava a Vienna, scrive al padre che l’accordatura degli strumenti è più bassa rispetto a quella di Salisburgo. Questo ci fa capire che negli scorsi secoli, ogni orchestra, o addirittura alcune parti della città, avevano diverse accordature.
Bisognò aspettare il XIX secolo, in cui iniziano i primi studi sulle frequenze, finché si arriva alla Commissione di Parigi. Questa, composta dai più importanti compositori dell’epoca fra cui Rossini e Berlioz, stabilì la frequenza esatta del diapason, cioè del LA, e di conseguenza di tutte le accordature. Per capire il caos precedente, basti citare i diapason delle città italiane: Firenze 444,9 Hz, il Teatro San Carlo di Napoli 444,9 Hz, mentre a Milano regnava il doppio standard con i 446,6 Hz della città e i 451,7 Hz del Teatro alla Scala.
Lo standard 440: la decisione di Londra
L’11 e 12 maggio 1939, durante il congresso di Londra dell’ISA (International Federation of the National Standardizing Associations), un gruppo di addetti alle telecomunicazioni — e sottolineo: non musicisti — decretò per esigenze di trasmissione del segnale che il diapason dovesse essere standardizzato a 440 Hz. Questa decisione stabiliva che ogni organo, tastiera o qualsiasi altro strumento, suonato in chiesa o in casa, dovesse avere il “La” centrale tarato su quella specifica frequenza.
È importante notare che l’Italia, la quale inviò un proprio delegato alla conferenza, dovette accettare la proposta, andando contro la storica battaglia di Giuseppe Verdi. Il compositore di Parma, nel 1884, aveva inviato una lettera alla Commissione Musicale del Governo Italiano poiché le orchestre stavano alzando sempre di più l’accordatura per ottenere un suono più brillante. Verdi, contrario a questa tendenza e consapevole che ciò avrebbe costretto i cantanti a sforzarsi ancora di più, chiese ufficialmente di adottare il “La a 432 vibrazioni”. Il governo dell’epoca accettò e attuò un decreto che diede vita all’espressione “diapason di Verdi”, uno standard che purtroppo, come abbiamo visto, ebbe vita breve di fronte alle esigenze tecnologiche del 1939.






