C’è chi li descrive come un grande rito collettivo e catartico, che aiuta a riscoprire il senso di comunità e a staccarsi dalla monotonia della routine o dallo schermo di un telefono. E chi, invece, li celebra come trampolini di lancio per artisti che, passando dai loro palchi e a suon di gavetta, sono arrivati in testa alle classifiche o nelle cuffiette di un pubblico sempre più ampio. La dimensione dei festival musicali che, soprattutto nella stagione estiva, costellano i cartelloni delle città italiane, sembra essere quella di un tempo sospeso, dove cultori e profani, ragazzi e adulti dimenticano responsabilità e impegni per concedersi un momento di sana e gioiosa leggerezza.
Mi Ami Festival, presidio dell’indie italiano
Gioia e leggerezza sono, ormai da vent’anni, il leitmotiv di Mi Ami, appuntamento cult di fine maggio per Milano (e non solo) ed esempio virtuoso di manifestazione che, non lasciandosi sovrastare dalle mode, non ha mai perso la magia degli inizi.
«Mi Ami nasce nel 2005 come festival piccolo, con un budget ridotto e l’idea di far suonare artisti indipendenti e sconosciuti per supportarli e far conoscere questa nuova musica», racconta Stefano Bottura, co-fondatore e direttore di Mi Ami. «Dagli inizi a oggi l’impatto dell’evento sulla scena musicale italiana è sicuramente cambiato: abbiamo contribuito a creare un pubblico consistente, abbiamo alzato la qualità sia nella produzione – aumentando ad esempio i palchi che da due sono arrivati, nell’ultima edizione, a cinque – sia nella selezione degli artisti e c’è stato lo sforzo concreto di mettere a segno la visione e l’obiettivo iniziali: creare un festival musicale internazionale, come in Italia ce ne sono pochi, partendo da un contenuto inusuale, ossia la musica italiana. Nel 2005 nessuno l’ascoltava, ora tutti ascoltano solo quella. Siamo andati, quindi, quasi in una direzione opposta. E ora invece abbiamo iniziato a introdurre un respiro sull’Europa, invitando anche nomi internazionali per allargare lo sguardo e alimentare questo discorso fatto di ricerca continua, fuoco ed energia».
Ed è stata questa dedizione ad aver trasformato Mi Ami in un evergreen transgenerazionale: «Il festival non ha mai voluto essere un prodotto per vendere biglietti o spingere gli sponsor e, senza bruciare le tappe e con una crescita organica, si è trasformato in un progetto prezioso per il panorama culturale del Paese e uno snodo chiave per l’industria musicale», nota Bottura. «Con un ruolo preciso: essere catalizzatore di energie, creare valore umano, farsi momento di scoperta del nuovo, dare una vetrina a musicisti di spessore che, magari, hanno ottenuto un contatto con un discografico che li aveva visti esibirsi da noi e restituire al pubblico un senso di unione e appartenenza unico. Perché la nostra community sa che il festival è un momento magico, non si torna mai a casa uguali a come si era partiti».
I fatti parlano: dal 2005 a oggi, sono stati tanti i gruppi, i cantautori e le cantautrici che, partendo dal Mi Ami o calcandone i palchi, si sono poi imposti tra i nomi più iconici dei roster discografici. Con traiettorie professionali che continuano a raccogliere risultati straordinari: «Tra quelli che mi vengono in mente c’è sicuramente Calcutta, che è poi diventato gigantesco nel suo genere. O ancora Cosmo e Brunori Sas».
