La corsa globale ai farmaci antiobesità ha un nuovo baricentro: la Cina. Se negli ultimi anni il mercato è stato dominato da Novo Nordisk ed Eli Lilly, il 2025 ha segnato un’accelerazione decisiva dell’industria cinese, ormai passata da inseguitrice a protagonista nella partita dei Glp-1 e dei nuovi agonisti multipli.

La prevalenza dell’obesità nel Paese è cresciuta costantemente, con impatti sanitari ed economici sempre più rilevanti. In risposta, Pechino ha inserito la “gestione sana del peso” tra le priorità dell’iniziativa Healthy China, creando un quadro politico favorevole allo sviluppo e all’adozione di terapie innovative. Dal 2021 sono stati approvati cinque agonisti del recettore Glp-1 per la gestione del peso, ampliando rapidamente le opzioni terapeutiche e trasformando l’approccio clinico all’obesità, sempre più trattata come malattia cronica e sistemica.

Tra i simboli di questa nuova fase c’è la mazdutide, primo doppio agonista Glp-1/glucagone sviluppato localmente e approvato nel 2025. Ma il fermento riguarda decine di programmi clinici: oltre 90 molecole Glp-1 o affini risultano in sperimentazione in Cina, con un passaggio progressivo dai biosimilari e dalle versioni “me too” della semaglutide a composti di nuova generazione, inclusi tripli agonisti che mirano contemporaneamente a Glp-1, Gip e glucagone per aumentare l’efficacia sulla perdita di peso e sul profilo metabolico.

Il salto di qualità è però arrivato con gli accordi industriali. A febbraio 2026 Pfizer ha siglato un’intesa fino a 495 milioni di dollari con la biotech di Hangzhou Sciwind Biosciences per la commercializzazione in Cina dell’ecnoglutide, agonista Glp-1 di nuova generazione già approvato per il diabete e in revisione per la gestione cronica del peso. L’operazione prevede pagamento upfront e milestone regolatorie e di vendita, mentre Sciwind mantiene ricerca, produzione e titolarità dell’autorizzazione. È un modello che fotografa il nuovo equilibrio: le multinazionali cercano accesso rapido a un mercato in espansione, le aziende cinesi capitalizzano capacità produttiva, controllo della supply chain e rapidità nell’esecuzione clinica. Non è un caso isolato. Nel 2025 Pfizer ha acquisito la statunitense Metsera per circa 10 miliardi di dollari, assicurandosi un Glp-1 a somministrazione mensile, e ha siglato una licenza globale con YaoPharma, controllata di Fosun Pharmaceuticals. Parallelamente, AstraZeneca ha annunciato investimenti fino a 15 miliardi di dollari entro il 2030 per espandere produzione e ricerca in Cina, includendo programmi su obesità e diabete in partnership con gruppi locali. La traiettoria è chiara: la Cina non è più solo un mercato di sbocco, ma un hub di sviluppo e produzione strategico per le pipeline globali. Novo Nordisk ha invece stretto accordi di ricerca con biotecnologie cinesi, come la partnership con United Laboratories International per lo sviluppo di UBT251, un agente “triplo agonista” che attacca tre ormoni coinvolti nel metabolismo con l’obiettivo di superare l’efficacia dei Glp-1 classici. L’intesa, che vede Novo acquisire i diritti globali esclusivi fuori dalla Cina mentre l’azienda cinese mantiene i diritti locali, sottolinea una strategia di cooperazione che avvicina competenze scientifiche occidentali e capacità di sperimentazione cinese.

Un ulteriore elemento competitivo è la velocità. Le aziende farmaceutiche cinesi hanno dimostrato di saper arruolare pazienti in tempi molto più brevi rispetto alle controparti occidentali, accelerando la lettura dei dati e la presentazione dei dossier regolatori. Questo vantaggio operativo, unito a costi inferiori e a un ecosistema biotech in espansione, consente di comprimere i cicli di sviluppo e di rispondere rapidamente alle mosse dei concorrenti internazionali.

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