La ripresa dei mesi successivi si spiega anche con altre ragioni. La prima è un ritardo nell’attribuzione dei permessi gratuiti. La maggioranza delle imprese soggette all’Ets opera in settori industriali a rischio delocalizzazione, e per questo riceve ancora delle quote gratuite, che vengono calcolate attraverso diversi benchmark settoriali.
I nuovi riferimenti per il periodo 2026-2030 sono stati decisi soltanto a fine giugno; nel frattempo le assegnazioni del 2026 non sono arrivate: «Sono in ritardo di tre mesi», afferma Ronchi. «Il mercato si ritrova senza le quote che tanti operatori utilizzerebbero per soddisfare gli obblighi relativi al 2025, che scadono a settembre».
La partecipazione dei fondi alle aste
Un ulteriore fattore di spinta del prezzo è dato dagli investitori finanziari: «Nei mesi di giugno e luglio si è vista una grande partecipazione alle aste da parte dei fondi», afferma Ronchi, che spiega: «In Italia i soggetti coinvolti nell’Ets sono 680, per circa 1.200 impianti. Però ci sono soltanto 25 partecipanti alle aste, e quasi la metà sono operatori finanziari».
La finanza non è di per sé un problema: «La speculazione può essere un alleato del mercato perché crea liquidità». Garantire che ci sia sempre un acquirente e un venditore permette agli operatori di trovare sempre una controparte. «Alle aste, però, dovrebbero poter partecipare solo gli operatori coinvolti dalla normativa, direttamente o attraverso soggetti finanziari che agiscono su loro mandato».
La proposta di riforma
La Commissione europea ha presentato il 17 luglio l’attesa proposta di revisione del sistema Ets. Nel testo ci sono vari cambiamenti, tra cui il rallentamento nell’eliminazione delle quote gratuite (prolungamento al 2038) e l’obbligo di investimenti industriali nella decarbonizzazione per continuare ad averne diritto.












