
Non è una ritorsione, né tantomeno un atto di censura. Massimiliano Capitanio, commissario dell’Agcom, respinge punto per punto le accuse sollevate da Matthew Prince, ceo di Cloudflare che in una intervista al Sole 24 Ore – contestando la sanzione da 14,2 milioni di euro irrogata dall’Autorità per inottemperanza di ordini sulla normativa antipirateria – ha messo in discussione la normativa italiana e il ruolo dell’Autorità. «Qui non c’è alcuna volontà punitiva – chiarisce Capitanio – ma l’applicazione di una legge pienamente legittima, pensata per contrastare fenomeni criminali che prosperano online».
Secondo il commissario dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni , molte delle affermazioni di Prince nascono da «informazioni parziali o scorrette. L’idea che l’Agcom “spenga Internet” o colpisca indiscriminatamente servizi e utenti è semplicemente falsa. I provvedimenti sono mirati e proporzionati».
I numeri sull’attività di Piracy Shield – la piattaforma tecnologica attualmente in uso per monitorare, bloccare e colpire i contenuti pirata in 30 minuti al massimo – a suo dire, parlano chiaro: «Abbiamo adottato circa 60mila ordini di blocco e i reclami sono stati solo due. Uno respinto, l’altro concluso con una sanzione nei confronti di un soggetto coinvolto nella pirateria. Se davvero stessimo spegnendo “la luce a tutto il condominio” come dice Cloudflare, i ricorsi sarebbero migliaia».
Capitanio insiste sul punto: «Qui non si censura nulla. Si interviene contro reti criminali che sfruttano infrastrutture digitali per diffondere contenuti illegali. È una differenza enorme, che chi opera nel settore dovrebbe conoscere bene». Nello specifico, per Cloudflare, «c’è poi tutta una casistica in giro per il mondo di cui tener conto. La Premier League – sottolinea Capitanio – si è dovuta rivolgere alla U.S. District Court for the Central District of California per obbligare l’azienda a fornire dati utili a identificare i gestori di siti pirata. In Germania, la Universal ha citato Cloudflare al Tribunale di Colonia in qualità di servizio di hosting che consente la diffusione di opere musicali piratate. In Giappone, una recente sentenza ha accertato che l’azienda non adotta alcuna politica di verifica dell’identità dei clienti. Dalla medesima sentenza emerge inoltre che, per le modalità di diffusione dei contenuti illegittimi, la società può agilmente sapere quali sono i siti che, appunto, usano la sua infrastruttura per effettuare attività illecita, senza che tuttavia intervenga per fermare queste condotte. In Spagna, la Liga ha dovuto coinvolgere il tribunale di Barcellona per far bloccare i siti pirata veicolati tramite Cloudflare, vincendo la causa. Anche l’Agcom si è vista costretta a intervenire su Cloudflare, non avendo la Società dato alcun seguito alle richieste di blocco, del febbraio 2025, di 23 siti pirata».
Da qui la critica alle parole del ceo di Cloudflare: «Con l’azienda ci sono stati incontri, audizioni, momenti di confronto ma a fronte di una contestazione costante della legge non sono mai arrivate proposte operative alternative». Un atteggiamento che il commissario Agcom mette a confronto con quello di altri grandi operatori: «Google, ad esempio, collabora attivamente per rimuovere i soggetti criminali dalla rete. Anche il ceo di Akamai ha riconosciuto pubblicamente che infrastrutture come hosting e Cdn possono dare un contributo concreto nel contrasto alla pirateria».










