
PALERMO – Il mare si è preso tutto: la spiaggia, le case, i lidi balneari, le strade. E rischia di prendersi anche la speranza. Perché il disastro è sotto gli occhi di tutti. In Sicilia il ciclone Harry ha colpito duro: da Messina a Capo Passero ma anche in Sicilia occidentale, con una maggiore intensità nel messinese e nel catanese (capoluogo compreso).
In pratica, la Sicilia del turismo è nei pasticci. Bisogna partire da qui per fare due conti, per capire cosa c’è da fare oggi per salvare il salvabile, per rimettere in piedi la baracca del turismo, per evitare che il disastro abbia conseguenze di lungo termine con turisti che abbandonano la destinazione Sicilia per non tornare mai più.
Ma lo stesso discorso vale per la Calabria e la Sardegna. E lo stesso discorso vale anche per altri settori: l’agricoltura in primis. La stima totale dei danni nelle tre regioni si aggira oggi sui due miliardi, ma la cifra è ballerina: al termine dell’ultima riunione della Cabina di regia istituita dal presidente della Regione siciliana Renato Schifani la stima dei danni è di poco più di un miliardo. Ma è chiaro che il conto è destinato a crescere.
C’è un altro conto, però, da fare e riguarda il Prodotto interno lordo, soprattutto se non si interviene velocemente per far ripartire le attività produttive: il vero impatto economico del ciclone Harry va infatti cercato nella perdita di flussi produttivi. In economie fortemente stagionali, una parte del valore aggiunto perso non torna nei mesi successivi. È per questo che, al di là dei danni diretti stimati dalle Regioni, il ciclone Harry rischia di tradursi nel 2026 in una perdita di Pil compresa tra lo 0,8% e oltre l’1% nelle aree più esposte: il che vuol dire, detto in soldoni, un danno che vale un po’ meno due miliardi.
«Una stima credibile che mette l’accento sull’urgenza di intervenire per evitare che le conseguenze dell’evento possano tradursi in perdite consistenti di crescita e di occupazione. Solo una ricostruzione rapida può evitare il declino dei settori strategici di questi territori, il turismo e l’agroalimentare, che hanno negli ultimi anni trainato la crescita economica – dice Luca Bianchi, direttore della Svimez -. Dalla gestione dell’emergenza bisogna passare in tempi brevi alla definizione di un programma di interventi strutturali, a partire dalla mobilitazione delle risorse disponibili, facendo leva in particolare sulle risorse del Fondo sviluppo e coesione della Regione siciliana, che destina 1,2 miliardi alle misure per “rischi e adattamento climatico”, da impegnare entro il 2029».











