Storie Web venerdì, Agosto 21

Per l’industria chimica la crisi di Hormuz e la concorrenza cinese presentano un conto salato: Federchimica conferma che anche quest’anno il valore della produzione sarà in calo, le previsioni per ora parlano di un – 3% che arriva dopo un arretramento del 13% nel periodo 2021-2025. Tanto più in assenza di azioni incisive in Europa.

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L’instabilità continua

Nel prossimo lustro, quasi la metà delle imprese chimiche in Italia, continua a prevedere un quadro di instabilità della produzione, legato alla complessità geopolitica e oltre un terzo, il 36%, prospetta persino un peggioramento. Solo il 15% si aspetta una maggiore stabilità dopo le attuali turbolenze. D’altro canto il prezzo del petrolio, sopra i 90 dollari al barile il Brent e sopra gli 85 il Wti, non apre spiragli.

La debolezza delle reazioni Ue

Di fronte a questo contesto, per il presidente di Federchimica, Francesco Buzzella «le reazioni della Ue sono molto deboli, la proposta di revisione del sistema Ets non si è rivelata degna di nota, è cambiato poco o nulla e saranno necessarie importanti misure correttive». Intanto però le imprese devono continuare ad affrontare due forti criticità, emerse anche in un’instant survey tra le associate realizzata in luglio. Una riguarda il costo di energia e materie prime, l’altra la concorrenza cinese.

La rinuncia Ue alla sovranità industriale

Per un’industria come la chimica «è un momento di bollette molte alte, non si vede uno sbocco che possa fare dire che nei prossimi mesi la situazione si stabilizzerà – prevede Buzzella -. Hormuz è stato riaperto, ma a singhiozzo, passano poche navi. Per il petrolio e le materie prime è strategico, pensiamo soltanto che buona parte dei prodotti derivati dalla raffinazione e il 30% dell’urea, una della componenti dei fertilizzanti, passano da lì. Senza Hormuz il sistema si riadatta, le rotte si riaggiustano, ma l’impatto è forte, soprattutto sui costi». La situazione geopolitica è molto complessa e nel momento in cui «l’Europa e l’Italia rinunciano alla sovranità industriale e si legano al tema Ets che allontana l’industria dall’Europa, diventano sempre più schiave di contingenze come Hormuz». Nella Ue, secondo Buzzella «c’è molta incoerenza, a slogan e annunci di sostegno all’industria corrispondono poi azioni che vanno a depauperarla, provocando la desertificazione industriale in tempi veloci. L’Italia è un paese che ha grandi bellezze e può sviluppare ancora di più il turismo, ma non dimentichiamo che ciò che sostiene lo stato sociale europeo è l’industria e l’industria chimica ha retribuzioni ben più alte della media».

Il nodo energia

Il costo dell’energia continua ad essere il principale fattore di penalizzazione della competitività delle imprese chimiche in Italia. Considerando il doppio uso delle fonti fossili, tra 2021 e 2024 l’incidenza dei costi energetici sul valore della produzione chimica è passata dal 14 al 18% e in assenza di uno stabile rientro delle quotazioni di gas e petrolio potrebbe raggiungere il 23%. I costi energetici, non si può trascurare che sono appesantiti dalle politiche climatiche europee, in primis il sistema Ets. Tra costi diretti e indiretti per le emissioni di CO2, la chimica versa ogni anno oltre 600 milioni di euro. E di qui al 2030 questo onere potrebbe arrivare a 1,5 miliardi di euro. In questo contesto diventa strategico per l’industria europea un serio ragionamento sulla sostenibilità del sistema Ets e la creazione di un vero mercato unico dell’energia.

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