Ma il mito di El Mencho, boss ritenuto invisibile per via della sua lunga latitanza, è fatto anche di infrastrutture. El Universal documenta che si fece costruire un ospedale privato in Jalisco, nella comunità di El Alcíhuatl, municipio di Villa Purificación: un presidio pensato per curarsi (soffre di patologie renali da tempo) e proteggere il proprio cerchio, in una zona considerata roccaforte del cartello. Un posto dove lo Stato non arriva.
Poi c’è la famiglia, perché un cartello moderno è anche una struttura. La moglie, Rosalinda González Valencia, è stata arrestata, processata e condannata per riciclaggio, con passaggi tra detenzioni, condanne e richieste di benefici. Proprio lei era stata il gancio di El Mencho al mondo criminale, dato che lei appartneva a una famiglia di riciclatori.
Anche uno dei figli, Rubén Oseguera González, detto “El Menchito”, è stato condannato all’ergastolo negli Stati Uniti.
La domanda, adesso, è quella che in Messico torna sempre uguale quando cade un capo: cosa succede al mercato. Il rischio di fratture interne e di una lotta per la successione è reale, ma c’è chi già elenca i nomi dei possibili eredi. Del resto, la macchina del narcotraffico è come un’industria che non può fermarsi. Così la vuole il mercato.
El Mencho ha governato Jalisco come una capitale informale: con la paura, con il denaro, con la capacità di bloccare un Paese in poche ore. Il fentanyl è stato il suo acceleratore. Il CJNG, il suo strumento. E quel che si vede oggi nelle strade, tra i narcobloqueos e gli incendi, è l’eco immediata di un potere che sopravvive alla morte.









