Storie Web lunedì, Gennaio 19
Chi è Shaath, l’ingegnere  dietro il piano per spingere le macerie di Gaza in mare

La Striscia di Gaza come un enorme cantiere, prima ancora che come un problema politico. È da qui che parte la visione di Ali Shaath, l’ingegnere palestinese chiamato a guidare il comitato tecnico incaricato di amministrare il territorio nella fase di transizione post-bellica. Un compito che lui stesso ha sintetizzato con una frase destinata a far discutere: «Se porto i bulldozer e spingo le macerie nel mare, creando nuove isole, posso liberare Gaza dai detriti e allo stesso tempo guadagnare nuova terra».

La dichiarazione non è un’iperbole ma il cuore di un approccio pragmatico alla devastazione materiale lasciata dal conflitto. Secondo Shaath, il problema principale non è ricostruire case e infrastrutture, ma liberare fisicamente lo spazio urbano da milioni di tonnellate di cemento, metallo e ordigni inesplosi. Senza questo passaggio preliminare, sostiene, ogni piano di rinascita è destinato a restare sulla carta.

Shaath non arriva alla guida del comitato come figura politica tradizionale. Nato a Khan Younis, nel sud della Striscia, nel 1958, è un ingegnere civile con un dottorato conseguito alla Queen’s University di Belfast e una lunga carriera nell’amministrazione palestinese, dove ha ricoperto incarichi legati alla pianificazione e allo sviluppo infrastrutturale. Per anni è rimasto lontano dai riflettori, muovendosi in un ambito tecnico. La sua improvvisa centralità è il riflesso di una scelta precisa: affidare la gestione del dopo-guerra a un profilo considerato “neutrale”, più vicino ai numeri e ai cantieri che agli equilibri tra fazioni.

Il comitato che presiede, composto da 15 membri, è parte del piano sostenuto dall’amministrazione statunitense per il futuro di Gaza. L’obiettivo è creare un’autorità temporanea che garantisca servizi essenziali, coordini la ricostruzione e accompagni il territorio fuori dal controllo diretto di Hamas, senza un immediato ritorno a un pieno governo politico dell’Autorità nazionale palestinese. Una soluzione di compromesso, fragile per definizione, che si regge sulla promessa di risultati concreti.

Sul fronte dei tempi, Shaath mostra un ottimismo che contrasta con le stime delle Nazioni Unite. In base alle sue valutazioni, la rimozione delle macerie potrebbe richiedere circa tre anni, mentre la ricostruzione complessiva permetterebbe a Gaza di «tornare e diventare migliore di com’era in sette anni». Una previsione che si discosta nettamente da scenari più cauti, che parlano di decenni prima di una piena ripresa economica e urbana.

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