Lo aveva già fatto l’anno scorso, e anche allora era stato accompagnato fuori dall’aula tra le proteste dei repubblicani e gli applausi — più discreti ma convinti — di una parte dei democratici. Martedì, durante il discorso sullo Stato dell’Unione di Donald Trump, il deputato democratico Al Green si è alzato in piedi senza dire una parola, stringendo un cartello con una scritta in stampatello: “Black people aren’t apes!” – “Le persone nere non sono scimmie”. Pochi istanti dopo è stato scortato fuori dall’aula della United States House of Representatives.
Green non ha interrotto con urla o slogan. È rimasto in silenzio, lasciando che fosse il cartello a parlare. Il riferimento era esplicito: un video di matrice razzista rilanciato nei giorni scorsi sui social dal presidente, in cui l’ex presidente Barack Obama e l’ex first lady Michelle Obama venivano raffigurati come scimmie. Un contenuto che ha suscitato indignazione e accuse di razzismo, e che per Green ha oltrepassato una linea rossa.
L’ex giudice di pace diventato deputato
Al Green è stato davvero un giudice di pace per buona parte della sua vita. Prima di arrivare al Congresso, ha infatti ricoperto per oltre vent’anni l’incarico di justice of the peace nella contea di Harris, a Houston, in Texas: una figura che negli Stati Uniti si occupa di controversie civili minori, questioni amministrative e funzioni notarili, con un forte radicamento territoriale. È lì che ha costruito la sua reputazione di uomo delle istituzioni vicino ai quartieri popolari.
Nato a New Orleans nel 1947, cresciuto nel Sud ancora segnato dalla segregazione, avvocato di formazione, Green è entrato alla Camera nel 2005. Nel corso degli anni è diventato una delle voci più riconoscibili dell’ala progressista democratica, soprattutto sui temi dei diritti civili e della giustizia razziale. Fu tra i primi parlamentari a invocare l’impeachment di Trump già durante il primo mandato, molto prima che il partito si compattasse su quella linea. Una scelta che lo isolò inizialmente, ma che rafforzò la sua immagine di deputato disposto a pagare un prezzo politico pur di restare coerente.
La protesta come identità politica
L’episodio di martedì non è un gesto isolato. Già l’anno scorso Green aveva interrotto un analogo intervento presidenziale, venendo espulso dall’aula. Per lui, la protesta non è teatro ma testimonianza: un modo per rompere la ritualità solenne del Congresso quando ritiene che quella ritualità copra ingiustizie più profonde.









